Guerra sul gasdotto

Perché è il TurkStream tra Mosca ed Ankara la prima vittima delle tensioni tra Erdogan e Putin.
Guerra sul gasdotto

Roma. La prima conseguenza economica del gelo diplomatico che è sceso tra Ankara e Mosca a causa dell’abbattimento del jet russo in territorio turco sarà la possibile cancellazione del progetto TurkStream, il gasdotto che dovrebbe collegare i due paesi nato come alternativa al SouthStream. Vladimir Putin ha parlato di conseguenze tragiche nelle relazioni con Ankara e nei circoli diplomatici di Mosca già circola l’indiscrezione che il presidente russo avrebbe dato ordine al suo ministro dell’Energia, Alexander Novak, di sospendere i negoziati. Ieri è arrivata una prima conferma dal ministro dell’Economia, Aleksei Ulyukayev: Mosca potrebbe imporre diversi tipi di restrizioni economiche alla Turchia, comprese misure che limiterebbero il progetto di gasdotto TurkStream, ha detto. Poche ore prima, d’altronde, il premier Dmistri Medvedev, durante una riunione di gabinetto, aveva incaricato alcuni ministeri di elaborare possibili misure di ritorsione.

 

[**Video_box_2**]Solo qualche giorno fa, il ministro degli Esteri russo aveva detto di aspettarsi di un rapido rinnovo dei colloqui per attuare il prima possibile tutte le condizioni per la costruzione e lo sfruttamento del primo ramo del gasdotto. Incontro decisivo sarebbe dovuto essere il Joint Strategic Planning Group Meeting previsto in questi giorni, un meeting che il ministro degli Esteri Lavrov ha immediatamente cancellato dopo l'abbattimento del Sukhoi. Durante l’ultimo vertice del G20 di Antalya, Putin e Recep Tayyip Erdogan si erano incontrati per ribadire l’interesse reciproco a portare avanti i lavori di costruzione del tubo e proseguire la realizzazione della centrale nucleare di Akkuyu, a cui sono legati i destini energetici della Turchia. Ma i russi sembrano comunque intenzionati a portare avanti l’idea di collegamento strategico con l’Europa, per questo motivo in queste ore sta prendendo quota l’idea di utilizzare la Grecia come hub del gas russo per l'Europa meridionale. A riguardo, la prossima settimana il ministro dell’Energia greco Panos Skourletis sarà a Mosca per una visita di due giorni nel corso della quale incontrerà il suo omologo russo, Novak.

 

L’alternativa greca che non piace all’America
Il progetto iniziale del TurkStream già prevede che un ramo del gasdotto sia diretto in Grecia ma secondo alcuni analisti interpellati dal Foglio sarebbe anche possibile bypassare in toto il tratto turco e arrivare direttamente ad Atene. Una strada percorribile, per esempio, sarebbe quella di accelerare i lavori dell’interconnettore in via di completamento tra il paese ellenico e la Bulgaria. La capacità del dispositivo di interconnessione è fra i 3 ei 5 miliardi di metri cubi, ma i due paesi stanno già discutendo tutte le opportunità che permetteranno di trasferire volumi maggiori, ha sottolineato ancora di recente il ministro dell'industria bulgaro. La prospettiva che il gas russo arrivi in Europa via Grecia e via Tap (l’altro gasdotto con entry point italiano, in Puglia) è però fortemente osteggiata dall’Amministrazione americana. Già lo scorso maggio, nel turbinio della crisi finanziaria greca, il dipartimento di Stato americano spedì un suo inviato speciale, Amos Hochstein per convincere il ministro degli esteri ellenico, Nikos Kotzias, a non cedere alle avances energetiche del Cremlino. In un’intervista al New York Times rilasciata dopo il suo viaggio, Hochstein fece intendere che le prospettive americane d'investimento per salvare la Grecia erano collegate ad un netto rifiuto del progetto Turkstream da parte del premier Tsipras. Oggi, al contrario, lo stallo con la Turchia, sta spingendo Putin verso Atene. Del resto, gli attriti tra Turchia e Russia in campo energetico non riguardano solo il gasdotto, a pesare anche un ricorso alla Corte di arbitrato della camera di commercio internazionale da parte della compagnia statale turca Botas – che si occupa dell’importazione di gas – che si è rivolta alla corte per dirimere la controversia con il Cremlino in merito al prezzo del gas naturale acquistato da Ankara che Gazprom non intende scontare del 10,25 per forniture pari a 30 miliardi di metri cubi di gas. In base ai dati forniti dal ministero turco per l’Energia e dalla stessa Botas, dei 49,2 milioni di metri cubi di gas che la Turchia ha dovuto importare, ben 26,9, corrispondenti al 54 per cento del totale, sono arrivati dalla Russia. Le forniture avvengono, al momento, grazie al flusso passante per due diversi gasdotti, il West Line e il Blue Stream.

 

Paradosso dei paradossi, la crisi dei rapporti russo-turchi potrebbe costringere Ankara ad aumentare, per sopperire a eventuali gap immediati, l’import di gas dall’Iran, secondo paese fornitore dopo la Russia (sono quasi 9 i milioni di metri cubi che vengono spediti in Turchia). Proprio in queste ore, al terzo vertice del Forum dei paesi esportatori di gas (Gecf), l’Opec del gas, il presidente della Repubblica Islamica Hassan Rohani ha annunciato che intende aumentare la produzione di gas di Teheran sino a raggiungere 1 miliardo di metri cubi entro il 2018. La via dell’espansione iraniana passa per lo sviluppo dei terminal di gas naturale liquefatto (Lng) che Teheran sta cercando di costruire insieme ad alcune società straniere, Shell, Total e Repsol in primis, ma si potrebbe aggiungere, a quanto risulta, anche la tedesca Linde. La Turchia ha bisogno di importare più della metà del proprio gas; per evitare lo scenario “iraniano”, Erdogan in queste ore sta cercando soluzioni alternative. La Botas starebbe studiando possibili piani per portare gas lng dall’Algeria e dalla Nigeria, ma ovviamente i costi sono differenti. Altra opzione mette in campo l’Azerbaijan, accelerando i lavori di costruzione del gasdotto Tanap, che oltre alla compagnia azera Socar, vede tralaltro il coinvolgimento di parecchie società turche. Da Baku la Turchia potrebbe far arrivare quasi 6 milioni di metri cubi di gas.

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