In Toscana nasce un'alternativa un po' renziana a Mps

Morto un Monte, se ne fa un altro. Lo sta costruendo, sempre in Toscana, ChiantiBanca, che da minuscola banca si è trasformata in un colosso (il quinto in Italia) del credito cooperativo, modello in ascesa dopo le profonde falle aperte nel sistema delle casse di risparmio.
In Toscana nasce un'alternativa un po' renziana a Mps

Firenze. Morto un Monte, se ne fa un altro. Lo sta costruendo, sempre in Toscana, ChiantiBanca, che da minuscola banca si è trasformata in un colosso (il quinto in Italia) del credito cooperativo, modello in ascesa dopo le profonde falle aperte nel sistema delle casse di risparmio. Quella di ChiantiBanca è una conquista dei territori stile Risiko (le Bcc possono fondersi con le altre banche del territorio solo nei comuni contigui rispetto alla propria presenza), riempiendo i vuoti lasciati dall'implosione di Mps e attaccando anche i mercati storici della Cassa di risparmio di Firenze, non più legatissima al territorio dopo l'assorbimento in San Paolo. Prima ChiantiBanca ha puntato forte sul territorio senese, poi si è consolidata nel capoluogo toscano, assorbendo quel che rimaneva del Credito Cooperativo Fiorentino, e ora punta agli sportelli aretini dell'agonizzante Banca Etruria (il vicepresidente era Pier Luigi Boschi, padre della ministra Maria Elena) e alla costa toscana, in profonda crisi e assetata di credito. Una sorta di “all in”, per spiegarla agli appassionati di poker. ChiantiBanca sta crescendo. I vertici stanno riformando l'istituto di credito prima che governo e Banca d’Italia impongano una riforma dall'alto, così come avvenuto per le Popolari. E lo stanno facendo prima degli altri, mentre le banche di sistema, anche se con livelli di capitalizzazione più alti, storcono il naso. La “banchina” con base a San Casciano Val di Pesa è ora una “bancona”, anche grazie alle relazioni politiche vincenti costruite in Toscana, spesso su sponda renziana, e accelerata dalla rivoluzione degli assetti di potere post rottamazione.

 

Uno dei soci storici di ChiantiBanca è Lorenzo Bini Smaghi, famiglia con radici sul territorio, a primavera sarà incoronato presidente di ChiantiBanca dall’assemblea dei soci. E avere come timoniere l’ex membro della Banca Centrale europea, oggi presidente di Snam, di Societé Generale e in buoni rapporti con Matteo Renzi già dai primi tempi fiorentini, darà un’ulteriore spinta all’affermazione di un nuovo modello: addio a tante “banchine” del territorio, con tanti campanili; sì ad una solida banca del territorio grazie alle aggregazioni. Anche da Palazzo Chigi vedono con favore questo nuovo modello nato dalla Toscana: si spera che sia davvero il seme buono dopo i disastri prodotti dalla finanza rossa stile Mps. Ma le incognite restano molte. “La politica stia fuori dalle banche”, ripeteva Renzi come un mantra durante il terremoto del Monte. Ma la politica, proclami pubblici a parte, ha dovuto giocoforza tornare ad occuparsi del sistema bancario. Soprattutto in Toscana, dove il governatore Enrico Rossi, in piena campagna elettorale per la sua rielezione, chiese l’intervento dello Stato per salvare l’ultimo briciolo di toscanità del Monte. La risposta del sottosegretario Luca Lotti, a un vertice Pd a Siena, fu secca: “La nazionalizzazione è un’ipotesi che non esiste”. E sempre in Toscana, poco dopo, i tantissimi nuovi sindaci renziani eletti – scalzato il blocco dalemian-bersaniano e dopo il tracollo di Mps – si sono ritrovati senza più una vera banca del territorio. Una mission impossible per chi doveva e deve governare le ferite di decine di crisi aziendali, con linee di credito al lumicino ed erogazioni delle fondazioni diventate un miraggio.

 

[**Video_box_2**]Quel legame banche-politica, insomma, andava ricostruito al più presto. E’ in questo contesto che il modello ChiantiBanca ha mostrato di avere una marcia in più. Ricostruendo un legame a doppio filo con gli amministratori locali, ma soprattutto puntando tutto sulla ricostruzione del vecchio rapporto tra banca e famiglie-imprese, come si faceva una volta. Quando non si guardava solo ai rigidi parametri del credito, ma si conosceva bene anche chi c’era dietro lo sportello. Un altro segreto? Anche dopo l’arrivo di Bini Smaghi come presidente, il management operativo rimarrà lo stesso di oggi: niente superfinanzieri, ma timonieri di paese, cresciuti insieme alla “banchina”. Ultimate le ultime fusioni, ChiantiBanca avrà 53 filiali in Toscana e presidierà 114 comuni, la metà dei totali. Ma i rumors dicono che il Risiko non si fermerà alla Toscana. Perché forte è anche l’investimento mediatico e d’immagine di ChiantiBanca, che come ufficio stampa ha ingaggiato la Headline di Leonardo Bartoletti, società che da tempo presta fedele servizio (gratuito) alla Leopolda di Renzi.

 


 

Riceviamo e pubblichiamo:

 

In nome e per conto del Giornalista Leonardo Bartoletti, faccio seguito alla Vostra pubblicazione dell’articolo dal titolo: “Abbiamo una banca”, pubblicato su Il Foglio Quotidiano in data odierna a firma Claudio Bozza, per contestarVi le notizie false ivi riportate relative alla posizione del giornalista Leonardo Bartoletti.

 

Infatti contrariamente a quanto affermato senza alcuna fonte probatoria, ed al solo fine di essere tendenzioso a discapito della professionalità del Sig. Bartoletti, in detto articolo venivano riportate circostanze false e tendenziose circa la professionalità del Sig. Bartoletti stesso, al solo fine di dare discredito al suo lavoro di giornalista professionista nonché gettare discredito gratuito nei confronti della Soc. Headline Soc. Coop: 1) la Soc. ChiantiBanca Soc. Coop non è cliente della Soc. Cooperativa Headline, ma di Leonardo Bartoletti come singolo professionista, da oltre dieci anni; 2) La gestione della sala stampa della manifestazione Leopolda è un incarico regolarmente retribuito alla Soc. Headline e per il quale esistono fattura e pagamento.

 

Vi diffido di immediata smentita sua sul giornale in pubblicazione domani 21 novembre 2015 con scuse nei confronti del Sig. Bartoletti – giornalista professionista - che sulla versione on-line di codesto giornale, avendo altrimenti ricevuto mandato dal mio Assistito di agire in tutte le sedi competenti sia per palese violazione di qualsivoglia dovere deontologico sia per responsabilità anche penale sia nei confronti del Giornalista Claudio Bozza che dell’editore e Direttore della pubblicazione, a norma di legge.

 

Resto in attesa di urgente riscontro di rassicurazione in merito alla richiesta smentita.

 

Tanto dovevo. Distinti saluti.

(Avv. Marco Ungar)

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