Se l’Italia fosse un paese “indipendente” non sarebbe l’Italia

Yoram Gutgeld, principale consigliere economico di Renzi, s’infila in una disputa sulla “immunità” italiana rispetto ai marosi dell’economia globale e viene schiaffeggiato da Wolfgang Münchau sul Financial Times.
Se l’Italia fosse un paese “indipendente” non sarebbe l’Italia

Yoram Gutgeld

Roma. Fin dall’epoca dell’unificazione nel 1861 lo stato italiano è stato incapace di esistere del tutto autonomamente rispetto all’influenza delle potenze globali più rilevanti cercando, per barcamenarsi, di stabilire relazioni determinanti con quelle stesse potenze. Le turbolenze internazionali e le influenze esterne funzionano dunque come una costante nella vita politica ed economica del paese da oltre un secolo almeno. L’integrazione europea ha semmai esasperato l’incapacità di esprimere una volontà autonoma producendo vincoli in ogni campo e rendendo più volte palesi le difficoltà che Roma ha a spuntarla nelle contese con i partner/concorrenti continentali in fatto di competitività economica, industriale in particolare.

 

Perciò non è per nulla un esercizio facile dal punto di vista storico e fattuale per Yoram Gutgeld, principale consigliere economico del governo Renzi, sostenere che l’Italia sia “immune” a quanto succede fuori dai suoi confini come ha fatto in un’intervista a Reuters la settimana scorsa. Gutgeld, matematico israeliano da decenni in Italia, ex manager McKinsey eletto deputato in Abruzzo col Pd, ha sostenuto che le riforme incardinate dal governo Renzi in un anno e mezzo d’attività insieme alla prospettiva di una riduzione della pressione fiscale hanno reso il paese resistente ai marosi dell’economia globale e consentiranno al governo di vivere un periodo di grazia per i prossimi 12/24 mesi. E’ interessante che dal punto di vista governativo sono soltanto i fattori negativi a non influenzare l’Italia mentre quelli positivi – come l’espansione monetaria potenziata della Banca centrale europea e il calo dei costi dell’energia a causa del crollo del prezzo del petrolio – sembrano capaci di penetrare l’economia e di diffondersi nella società come miele liquido. Un’immunità selettiva insomma quella di Gutgeld: se fuori va bene l’Italia ne gode, se va male non ne soffre. Le dichiarazioni di Gutgeld risalgono a prima di venerdì scorso quando l’Istat ha diffuso le stime preliminari del pil per il terzo trimestre che hanno deluso le attese.

 

L’Istat stima che il pil è cresciuto dello 0,2 per cento tra giugno e settembre (contro il più 0,3 atteso) cioè meno dei due precedenti trimestri (più 0,4 per cento e più 0,3). Il governo ha comunque confermato che il pil crescerà dello 0,9 per cento nel 2015; la speranza sta in una correzione al rialzo delle stime preliminari del terzo trimestre quando verranno pubblicati i calcoli definitivi a metà dicembre e/o un’accelerazione a fine anno. Gutgeld definendo l’Italia “immune” aveva risposto a un commento precedente pubblicato dal Corriere della Sera a firma di Wolfgang Münchau, editorialista del Financial Times. Münchau avvertiva l’Italia del rischio di prendere sottogamba le turbolenze in arrivo dall’esterno. La debolezza della domanda internazionale motivata dall’inversione in corso del modello economico cinese, da economia industriale a concentrata su consumi e servizi, e i segnali di frenata del commercio mondiale sono minacce esterne che non andrebbero sottovalutate, diceva l’analista di cose europee.

 

Così Münchau non ha resistito a replicare a Gutgeld chiamandolo direttamente in causa in un fondo sul Financial Times di ieri nel quale definisce le parole del consigliere governativo più in vista come “la dichiarazione economica più stupefacente che ho sentito da lungo tempo” perché “l’idea che un membro del G7 – il consesso dei paesi industrializzati di cui l’Italia fa parte sin dal 1986 – sia immune all’economia globale è ridicolo”, ha scritto Münchau. Il columnist di origine tedesca e di stanza a Londra non è mai stato tenero con l’Italia – era un feroce critico di Berlusconi – e a Gutgeld concede solo la comprensibile eventualità che le sue dichiarazioni siano da rubricare come quelle dello “spin-doctor” di Renzi. Dopodiché Münchau si dice preoccupato del fatto che il governo italiano “non è preparato” a reggere l’impatto della frenata della Cina e delle economie emergenti sull’Europa. Le conclusioni di Münchau rasentano però l’aruspicina – “se i calcoli del governo sono sbagliati sarà più razionale per l’Italia lasciare l’euro per ragioni economiche” oppure “ci sarà un nuovo governo tecnico” – ma l’obiezione circa un’agenda riformatrice ancora incompleta che non ha aggredito le principali fonti di rischio è fondata.

 

[**Video_box_2**]L’Italia non è straordinaria – la crescita microbica del pil lo dimostra – e soprattutto ha un sistema bancario ingolfato dai crediti deteriorati (198,5 miliardi di euro, il 10 per cento del totale dei prestiti erogati) in un ambiente regolatorio europeo diventato iper-coercitivo per gli istituti: “Possiamo essere sicuri che delle banche marce continueranno a sostenere la ripresa?”, si chiede allora Münchau. La creazione di una bad bank italiana dove stivare i crediti cattivi per poi cederli a investitori specializzati liberando le banche dalle pendenze della recessione è un tema molto discusso ma distante dall’avere sbocchi concreti a breve; anche per le resistenze delle tecnocrazie europee a un meccanismo che contempli garanzie pubbliche sui bad loans giudicate alla stregua di aiuti di stato e quindi vietate dai trattatti comunitari. La revisione della spesa di cui Gutgeld è responsabile – è il terzo commissario ad hoc nominato in quattro anni – avviene a singhiozzo e non è stata resa né sistematica né strutturale nella Pubblica amministrazione, in primis per l’ostilità dei burocrati ministeriali. Le 11 mila società partecipate dagli enti locali, bacini di clientele e fornaci di soldi pubblici con il loro milione di dipendenti, sono ora nel mirino dell’esecutivo che promette di procedere a “drastici” tagli e chiusure. La pseudo-autarchia energetica, e quindi la possibilità per l’Italia di slegarsi almeno da una fonte di rischio esterna qual è la dipendenza delle forniture, è lontana dall’essere raggiunta vista l’opposizione di cinque regioni alle perforazioni petrolifere in mare e su terra. L’immunità, insomma, andrebbe guadagnata, evocarla non basta.

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