Reddito garantito, oggi e sempre? I giovani si guardino dagli incantatori

Una speranza, un segno di lotta contro la povertà, perché va nel segno di ciò che Papa Francesco ha chiesto alla politica, di occuparsi della dignità delle persone”. Queste le parole usate da Michele Emiliano, governatore della Puglia, per raccontare il “reddito di dignità”.
Reddito garantito, oggi e sempre? I giovani si guardino dagli incantatori

Michele Emiliano (foto LaPresse)

Una speranza, un segno di lotta contro la povertà, perché va nel segno di ciò che Papa Francesco ha chiesto alla politica, di occuparsi della dignità delle persone”. Queste le parole usate da Michele Emiliano, governatore della Puglia, per raccontare il “reddito di dignità”, un provvedimento dal nome fantasioso con cui la regione si appresta a erogare 600 euro al mese per circa 60.000 abitanti. Per ora è una misura sperimentale di un anno, poi si vedrà. “Il governo – ha affermato ancora Emiliano – non ha questo progetto, ma una delle cose che faremo una volta approvato in giunta e trasmesso al Consiglio regionale, sarà prendere contatto con l’Inps e Boeri, perché sarei curioso di conoscere qual era il progetto dell’Inps in questa materia”. Per chi ama leggere tra le righe delle dichiarazioni politiche, l’obiettivo del presidente pugliese è chiaro: da un lato, sottolineare la distanza creatasi recentemente tra Tito Boeri e Matteo Renzi dopo la bocciatura delle proposte sulle pensioni promosse dal presidente dell’Inps; dall’altro, sottrarre al Movimento 5 stelle la bandiera del reddito di cittadinanza.

 

Tutto in nome di “un modo di essere di sinistra in modo moderno”. Eppure la modernità, se si guarda come nei paesi più avanzati s’interpreta oggi il welfare, sembra tendere in direzione opposta a quella evocata da chi propone il reddito di cittadinanza o di dignità. La mera logica redistributiva – i soldi dal ricco al povero – ha ormai lasciato il posto a una concezione attiva delle politiche per i bisogni, a un welfare orientato alla formazione e alla riqualificazione professionale dei disoccupati e al sostegno della microimprenditorialità. Siamo sempre alla storia del povero a cui va insegnato a pescare, senza illudersi di renderlo meno povero donandogli un pesce con cui sfamarsi un giorno solo. Non è più dignitoso così? L’idea che la frontiera della dignità non sia più il lavoro, ma il diritto a un reddito a prescindere, è una involuzione pericolosa del pensiero politico, a sinistra come altrove. Tanto più che essa trova sostenitori anche e soprattutto tra i giovani, tra i quali il voto grillino è più diffuso e che più di tutti hanno patito i costi della crisi economica degli ultimi anni. Qualche mese fa, un sondaggio realizzato da Demos nel Nord-Est rivelò come il 52 per cento degli intervistati (dai 25 anni in su) fosse favorevole al reddito di cittadinanza, con una percentuale che saliva al 69 per centro nella fascia 25-34 anni. C’è qualcosa di sconfortante, anzi inquietante, se la rivendicazione di un diritto all’assistenza si diffonde e si radica tra i più giovani, quelli che più di tutto dovrebbero invece chiedere opportunità, competizione e libertà d’intrapresa.

 

[**Video_box_2**]Un riflesso non dissimile lo abbiamo osservato nella vicenda degli “esodati”, un termine con il quale si è finito per identificare chiunque avesse perso il lavoro dopo i cinquanta anni e si trovasse, dopo la riforma previdenziale Fornero del 2011, ad avere un orizzonte di vita attiva forzosamente allungato. Chi rivendica di essere politicamente il “nuovo”, oltre a mostrare scarsa creatività quando si tratta di ragionare sulle pensioni delle generazioni future, risponde alle esigenze di questi cinquantenni disoccupati chiedendone il prepensionamento, cioè un reddito di cittadinanza sotto altra forma. A rileggerla con gli occhi di oggi, quella “Repubblica fondata sul lavoro”, che fu la linea del Piave dei costituenti di matrice operaista del Novecento, appare quasi un orpello borghese e liberale di fronte alla pretesa di avere soldi per il solo fatto di essere cittadini.

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