L’industria va un po’ in barca

La ripartenza della produzione industriale in Italia è principalmente da imputare al contributo dato dal settore manifatturiero da parte di Fiat-Chrysler che ha intensificato la fabbricazione di autoveicoli.
L’industria va un po’ in barca

La ripartenza della produzione industriale in Italia è principalmente da imputare al contributo dato dal settore manifatturiero da parte di Fiat-Chrysler che ha intensificato la fabbricazione di autoveicoli. La variazione mensile dell’attività manifatturiera comunicata ieri dall’Istat per il mese di settembre è infatti minima, di tre decimali sopra lo zero rispetto al mese precedente (più 0,3 per cento), mentre è nulla al confronto trimestrale. L’andamento su base mensile è altalenante perché si confronta con un calo dello 0,5 per cento del mese di agosto. Quello che sta succedendo in questa fase di ripresa che, come in ogni fase iniziale di ripresa preceduta da un eccezionale periodo recessivo, ovvero sette anni di gelo, è un avviamento a strappi e strattoni. Dagli ultimi dati Istat emerge che dei 13 settori manifatturieri considerati, il numero di quelli in miglioramento su base annua risale a 9 dai 5 di agosto. Ci sono alcuni settori, cosiddetti anticipatori, che prevedono l’andamento generale. E il settore auto è uno di questi. E’ infatti la fabbricazione di mezzi di trasporto che ha avuto un balzo nel mese di riferimento (più 6,2 per cento) e particolamente corposo rispetto a un anno prima (più 23,2 per cento). Altri comparti importanti del made in Italy offrono invece indicazioni in “chiaroscuro”.

 

Le notizie che arrivano dalla cantieristica navale sono appunto di questo tenore. La corazzata Fincantieri, quotata in Borsa e partecipata a maggioranza dalla holding pubblica Fintecna, sta subendo i contraccolpi della ritirata delle major petrolifere globali motivata dai bassi prezzi del greggio. Le difficoltà della partecipata Vard Holdings, società quotata a Singapore specializzata nella creazione di mezzi navali per le società petrolifere off-shore dalla quale deriva il 27,5 per cento dei ricavi consolidati della casa triestina, potrebbero contribuire a generare un aumento del debito. Se sul fronte della crocieristica e delle navi di lusso, voce importante del bilancio, gli ordini in cascina non mancano, è tuttavia la scarsa capacità di generare utili anche rispetto alla mole di produzione e di impianti cantieristici in Italia a impensierire gli analisti e la Borsa. Il titolo Fincantieri ha perso il 37 per cento dal momento della quotazione, risalente a luglio 2014, e ieri il direttore generale, Andrea Mangoni, si è dimesso.

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