Il deficit conta più della spending review. Tutto quello che dovreste sapere sulla legge di Stabilità (e che Renzi non vi ha detto)

La legge di stabilità: tutto quello che c'è da sapere sul manifesto economico di Matteo Renzi

Il deficit conta più della spending review. Tutto quello che dovreste sapere sulla legge di Stabilità (e che Renzi non vi ha detto)

La difesa della legge di Stabilità da parte di Matteo Renzi davanti ai gruppi parlamentari del Pd può essere letta come un manifesto economico di Renzi stesso, in quanto contiene le sue idee sullo sviluppo del paese e sulle sue pubbliche finanze, cioè tasse, spese e deficit. Sotto questo profilo, il modello economico che Renzi ha in testa può essere desunto non solo da quanto egli ha detto ma soprattutto da ciò che ha deciso di non dire, o di non enfatizzare. Intendiamoci: chi vuole persuadere qualcuno non può che scegliere gli argomenti migliori a suo favore, ma sconta sempre il rischio di essere svelato grazie a silenzi e omissioni.

 

La principale omissione è questa: la manovra finanziaria per il 2016 è in deficit, in quanto – rispetto al cosiddetto “quadro tendenziale”, cioè l’andamento del deficit in assenza della manovra stessa – il governo decide per l’appunto di aumentare il deficit. Nelle slide di presentazione della legge di Stabilità si raggiunse il massimo di ipocrisia mettendo tra le risorse della manovra la “flessibilità Ue” per quasi 16 miliardi. Poche storie: l’Unione europea non ci fa nessuna graziosa donazione, e la flessibilità Ue va chiamata con il suo nome, cioè deficit aggiuntivo. Il contraltare di ciò sta nel ruolo in cui è stata confinata la revisione della spesa, come ampiamente dimostrato dal fatto che Roberto Perotti si è già dimesso dal suo incarico di commissario alla spending review stessa. Qui sotto c’è un’equazione piuttosto semplice: una manovra in deficit implica una delegittimazione sostanziale del processo di taglio della spesa pubblica corrente.

 

In molti punti del suo discorso Renzi enfatizza il tema della fiducia, e dell’Italia che ricomincia a crescere. Anche qui vi sono fastidiose omissioni: nulla viene detto dello straordinario aiuto proveniente dalla politica monetaria espansiva attuata da Mario Draghi, il presidente della Banca centrale europea, e ancora peggiore il modo in cui viene trattato il governo Monti, sulle cui riforme si può ben dire che il governo Renzi viva di rendita. Per verificare ciò basta leggere il Documento di economia e finanza (Def): una parte larghissima di questo documento è dedicata a una lode sperticata della riforma Monti/Fornero delle pensioni, in quanto essa rende sostenibile i nostri conti nel medio-lungo termine. Fortunatamente qualcuno dalle parti di Via XX Settembre ha convinto Palazzo Chigi a non intervenire in legge di Stabilità smantellando la riforma Fornero tramite costosissimi prepensionamenti.

 

Non dimentichiamoci infine il più grosso errore di politica economica da parte del duo Renzi/Padoan: la maggior parte delle risorse aggiuntive sono spese per incentivare i consumi (gli 80 euro di sgravio Irpef) mentre ci si dimentica che la componente che va peggio della domanda aggregata sono gli investimenti. Bene dargli una spinta tramite il super-ammortamento degli investimenti, ma sono noccioline rispetto ai quasi dieci miliardi messi negli 80 euro. In tutto ciò Renzi rivela la sua vera collocazione politica sinistrorsa, basata sull’idea che sia la redistribuzione – peraltro arbitraria – a farci crescere. Intanto gli investimenti e l’occupazione restano piatti.

 

 

Riccardo Puglisi è economista all’Università di Pavia e responsabile economia di Italia Unica

 

 

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