Fortuna o lungimiranza che sia, Renzi va. Adesso basta con simil-esodati, dica chiaro: “Lavorare, lavorare, lavorare!”

Il piglio giusto su Europa e sinistra. Le troppe carenze su spesa pubblica e Pa. Addetti ai lavori a confronto sul manifesto del premier svelato dal Foglio

Fortuna o lungimiranza che sia, Renzi va. Adesso basta con simil-esodati, dica chiaro: “Lavorare, lavorare, lavorare!”

Matteo Renzi ha ragione su molte cose, la più evidente è il tentativo di modificare la genetica della sinistra sulle tasse “bellissime”. Al contrario, il premier cerca di spiegare ai suoi (e agli elettori) che ridurre il carico fiscale non è tanto uno strumento congiunturale per rilanciare i consumi, ma una rivoluzione sociale e politica. Auguri. Su altri fronti è stato lungimirante, o i fatti sono girati a suo favore, è lo stesso. Principalmente sull’Europa, passata dalla stagione dei decimali di austerity a quella della flessibilità: si spera che non sia un’altra formuletta stile Bruxelles ma un progetto di crescita. Quando poi Renzi dice “la politica è cambiare davvero la vita della gente”, dovrebbe anche prendere il solenne impegno di Olof Palme: “Noi non combattiamo la ricchezza, ma la povertà”. E’ sempre una lezione utile da ricordare a una forza socialdemocratica, diviene doverosa in Italia dove lo spirito del lavoro e del guadagno soccombe rispetto al pauperismo redistributivo ammantato da solidarismo cattolico, che però dimentica la parabola dei talenti. In sintesi: se un ricco è meno ricco non è che un povero è meno povero. Dalla prigione fiscale-redistributiva si esce solo lavorando di più, quindi creando le condizioni per un più elevato tasso di occupazione. E qui è la parte carente del discorso di Renzi. La disoccupazione è un’emergenza, ma bisogna anche occuparsi dell’altro aspetto, il tasso di occupazione. L’Italia è in coda ai paesi sviluppati: anche con il lavoro nero resta un gap strutturale di 10 punti. Il governo non deve fabbricare occupazione artificiale, deve però far sì che si lavori di più: cominciando da una scuola più applicativa, passando per una politica della demografia, fino alla pensione che non può continuare a essere agitata come meta di libertà ma divenire proseguimento – il più volontario possibile, il più  tardo possibile – del lavoro dipendente anche in altre forme. Per citare il Foglio, “in pensione bisogna mandarci l’età pensionabile”. Invece continuiamo a impiccarci sugli esodati, finanziando costosissimi piani di assistenza; stesso errore fatto per i cassintegrati. Questa svolta su un’idea di lavoro per produrre, dividere i profitti e guadagnare, godere di ricchezza, merito e benessere, tutto ciò manca ancora in Renzi. Ancora più manca un piano chiaro sul pubblico impiego, nella cui riforma non si è voluto tentare di inserire elementi di Jobs Act. Si dice per problemi costituzionali, ma proprio il premier ha mostrato di non avere simili pruderie. Se ci si vanta che si potrà licenziare chi timbra il cartellino in mutande, si parte già al ribasso. E sarà una grande occasione fallita perché difficilmente se ne ripresenteranno altre, e una colossale ingiustizia.

 

Renzo Rosati

 

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