Destra e sinistra hanno fatto un po’ il loro tempo anche in politica fiscale. La crescita sia la stella polare delle tasse

Il piglio giusto su Europa e sinistra. Le troppe carenze su spesa pubblica e Pa. Addetti ai lavori a confronto sul manifesto del premier svelato dal Foglio
Destra e sinistra hanno fatto un po’ il loro tempo anche in politica fiscale. La crescita sia la stella polare delle tasse

La politica fiscale del governo è di destra o di sinistra? Nei manuali americani di macroeconomia degli anni settanta /ottanta si usava distinguere le politiche anticicliche di bilancio cosiddette “progressiste” da quelle “conservatrici” più o meno nel modo seguente. Di fronte a una recessione le prime propugnavano un aumento della spesa in deficit, per poi, superata la recessione, eliminare il deficit con un aumento delle tasse. Una politica conservatrice, al contrario, avrebbe propugnato un taglio delle tasse, per poi eliminare il deficit creato riducendo la spesa. Il risultato della prima politica sarebbe stato un aumento progressivo del peso dello stato, il risultato della seconda una sua riduzione. Si trattava, quindi, di due diverse visioni della società cui si voleva tendere. Naturalmente, nella pratica, non è vero che negli Stati Uniti le politiche anticicliche democratiche e repubblicane si siano attenute a questi diversi schemi di comportamento. Peraltro, si parla di un dibattito avvenuto in tempi in cui la politica antirecessiva consisteva essenzialmente in una manovra di regolazione della domanda. Se veniamo all’Italia, ha prevalso sempre, anche se in varia misura, il primo schema, quello cosiddetto progressista, al di là del segno politico dei governi. Il risultato è stato l’espandersi di spesa e pressione fiscale. Se poi arriviamo alle politiche seguite, in Italia e in Europa, alla crisi del 2008, lo schema di classificazione “politica” delle politiche anti recessive che abbiamo richiamato non è di grande aiuto, perché, paradossalmente, sotto il vincolo europeo le politiche adottate sono state sostanzialmente, fino a oggi, pro-cicliche, cioè recessive. Vi è anche da osservare che non ci troviamo in Italia di fronte a un semplice episodio recessivo o di lenta ripresa ciclica, ma a un rischio di caduta del prodotto potenziale, cioè della capacità produttiva.

 

Allora la politica fiscale del governo come si colloca in questo quadro? Sembra chiaro che l’intenzione sia quella di sfruttare i margini di flessibilità sul deficit concordati con Bruxelles per intervenire subito soprattutto sul taglio delle tasse, rimandando a un secondo momento la riduzione della spesa necessaria a compensare la minore riduzione attesa del deficit. Una politica, quindi, di discontinuità con il passato e che potremmo definire, in termini attuali, rispondente a una visione non statalista. Tuttavia, il segno politico di una politica fiscale si legge non solo nel livello della pressione fiscale, ma anche nella sua composizione. Ciò che interessa, da questo punto di vista, è non solo l’individuazione di chi è colpito effettivamente dalla tassazione, ma considerare gli effetti generali, anche redistributivi, di una politica fiscale. Nella situazione attuale, crediamo che la priorità sia favorire la crescita economica e le attività che possano assorbire un’offerta di lavoro in eccesso. Sul tema le indicazioni della teoria economica sono abbastanza concordi: spostare la tassazione dal reddito (imposte dirette) ai consumi (imposte indirette). Rimane da considerare la tassazione sulla ricchezza immobiliare. Gli effetti negativi che ha avuto il suo aumento (tasse triplicate negli ultimi anni) sia sul settore delle costruzioni sia sui consumi delle famiglie, a causa dell’effetto ricchezza negativo sulle decisioni di spesa delle famiglie, è noto a tutti. Ma vi è da aggiungere che non è convincente neppure la tesi di chi afferma che la riduzione delle tasse sui redditi dovrebbe essere compensata anche dalla tassazione sul patrimonio immobiliare. Qui si apre una questione più generale: se è come si devono tassare i risparmi. E la tassazione del patrimonio è una tassazione dei risparmi. Si tratta di una questione aperta, ma non ha senso il porla in termini di destra o sinistra. Ciò che conta, anche in questo caso, è l’effetto sulla crescita.

 

Giovanni Tria è economista all’Università Tor Vergata

 

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