Sulle pensioni niente favole consolatorie, ma previdenza privata e tagli alla spesa

Quel che chiamiamo “metodo contributivo” è solo un sistema di calcolo, con il quale simuliamo che l’assegno pensionistico sarà data dall’accumulo e da una certa rivalutazione dei contributi che versiamo nel corso della vita lavorativa.
Sulle pensioni niente favole consolatorie, ma previdenza privata e tagli alla spesa

Foto LaPresse

I contributi previdenziali sono tasse che paghiamo allo stato italiano e con le quali finanziamo le pensioni degli attuali pensionati. Non c’è nessun gruzzoletto accumulato, maturiamo un aleatorio diritto per il futuro, ma non siamo proprietari di alcunché. Quel che chiamiamo “metodo contributivo” è solo un sistema di calcolo, con il quale simuliamo che l’assegno pensionistico sarà data dall’accumulo e da una certa rivalutazione dei contributi che versiamo nel corso della vita lavorativa. E’ un metodo più equo di quello che lo ha preceduto (il “retributivo”, con cui ancora paghiamo in tutto o in parte le pensioni attuali), ma è una semplice fictio giuridica: quanto percepiranno i futuri pensionati sarà una decisione del legislatore, che potrà modificare ogni condizione in ogni momento, dall’età minima per il riposo al tasso di rivalutazione dei contributi, passando per il prelievo fiscale.

 

Le modifiche non avverranno ovviamente per “sadismo” nei confronti dei lavoratori e dei pensionati (come crede chi, per esempio, ha elevato la critica alla legge Fornero a lotta politica senza quartiere). Saranno piuttosto le condizioni dell’economia, della finanza pubblica e del quadro politico le variabili in gioco. Una quarta variabile, la più stabile di tutte e cioè la demografia, dà però una drammatica conferma: nei prossimi decenni i pensionati saranno una quota sempre più consistente della popolazione e le loro pensioni pubbliche (cioè le nostre, perché quei pensionati saremo noi) saranno via via più basse e insufficienti a mantenere un tenore di vita stabile. Il sistema è già oggi insostenibile: l’Inps si regge solo in virtù dei trasferimenti che riceve dalla fiscalità generale, perché paga costantemente più prestazioni dei contributi propriamente detti che raccoglie; nel 2016, il fabbisogno dell’istituto da coprire con risorse dell’erario è stimato a 122 miliardi.

 

[**Video_box_2**]Le soluzioni? Anzitutto, crescere, crescere, crescere. Poi, lavorare, lavorare, lavorare. Ma la frontiera è l’affrancamento dei lavoratori attuali, soprattutto i più giovani, dal monopolio della pensione pubblica. La previdenza privata complementare è già fiscalmente incentivata, ma essa resterà residuale finché una quota così consistente del reddito prodotto – che siano tasse o contributi – sarà coattivamente assorbita dalla previdenza pubblica. Occorre invece consentire che anche una porzione crescente della contribuzione obbligatoria dei lavoratori venga destinata alla previdenza privata. Significa introdurre gradualmente un modello a capitalizzazione, in cui davvero i contributi siano proprietà del lavoratore, investiti saggiamente sul mercato e liberi da rischi politici e sociali. L’obiezione è nota: se una quota anche minoritaria dei contributi obbligatori prende la via della previdenza privata, chi coprirà le attuali pensioni? La domanda contiene in sé la risposta. Va tagliata la spesa pubblica. Vanno ridotti i trattamenti retributivi eccessivi, perché i famigerati “diritti acquisiti” sono appunto sussidi fiscali di tutti i lavoratori ai pensionati, nemmeno giustificati dalla fictio del metodo contributivo. Se riprenderemo a far crescere il pil, infine, non dovremmo aver paura per qualche anno di “investire” anche uno 0,5 per cento di deficit/pil a copertura di questa benefica migrazione di contributi previdenziali verso il mercato.

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