Quel tempo perso in banca

Le nuove regole dell’Fsb e l’Italia che non aggancia il treno bad bank.
Quel tempo perso in banca

Mark Carney (foto LaPresse)

Millecento miliardi di euro entro il 2022: è quanto serve alle 30 maggiori banche mondiali (tra queste l’Unicredit) per rafforzare il patrimonio portando il capitale proprio al 18 per cento delle attività, secondo il Financial Stability Board di Basilea che proporrà la nuova regola al prossimo G-20. E’ evidente come per questa via possano passare nuovi aumenti di capitali – causa del calo di ieri delle Borse – ma anche una stretta del credito mentre la politica accomodante delle Banche centrali (pur con il previsto aumento minimo dei tassi della Federal reserve americana) continua a porsi l’obiettivo opposto. I regolatori chiedono di scongiurare nuovi salvataggi a spese dei contribuenti di banche “too big to fail”, come nel 2008-2011.

 

Contemporaneamente l’Ocse, che ieri ha promosso le riforme italiane, suggerisce che l’Italia risolva il problema dei crediti inesigibili con la creazione di una bad bank, la stessa ricetta di governo, Bankitalia e Banca centrale europea: si tratta di 185 miliardi di euro su 320 miliardi complessivi di prestiti a rischio. La bad bank è però osteggiata per ora dall’Europa in quanto aiuto di stato; eppure Gran Bretagna, Germania, Danimarca, Francia, Olanda, Svezia e Spagna sono ricorse ampiamente ai soldi pubblici per salvare le loro banche, rendendo disponibili 4.200 miliardi di euro, 1.500 dei quali utilizzati. Quanto agli Stati Uniti, il piano Tarp (Troubled asset relief program) del 2008 dette ai colossi bancari 1.500 miliardi di dollari; cifra per molti sottostimata. L’Italia ha erogato 15 miliardi di prestiti, tutti restituiti. Aiuti di stato? Oppure gli altri si sono portati avanti?

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