L’impasse dei banchieri centrali

Perché Draghi ha meno strumenti di Yellen ma ora è più credibile
L’impasse dei banchieri centrali

Il presidente della Bce, Mario Draghi (foto LaPresse)

Parlando all’Università Cattolica di Milano, Mario Draghi ha confermato che la Banca centrale europea riesaminerà “il grado di accomodamento monetario nella prossima riunione di dicembre”. Si tratta dell’ipotesi di ampliare il Quantitative easing per ampiezza e durata, oltre settembre 2016, in assenza di una stabilizzazione dei prezzi verso il 2 per cento: e per ora – ha spiegato – i prezzi sono molto deboli, e il quadro macroeconomico ancora incerto. Draghi ripete quanto già annunciato nel summit di Malta, dopo che molti banchieri centrali del suo board, compresi alcuni in passato nel fronte dei falchi, avevano sollecitato queste ulteriori mosse espansive. Sull’altra sponda dell’Atlantico anche Janet Yellen, la presidente della Federal Reserve, pare sul punto di sciogliere la sua tormentata riserva, rialzando i tassi americani per la prima volta dal 2006. La previsione di una stretta minima, 0,25 punti, a fronte di un pil in aumento dell’1,5 per cento trimestrale e di una disoccupazione scesa quasi al 5 per cento, non può spaventare nessuno; caso mai mette il sigillo sull’uscita dalla crisi. Però proprio per questo la Yellen esita, viviseziona i dati settimanali sui sussidi di disoccupazione, forse vuole anche tutelare gli ultimi mesi della presidenza Obama, che l’ha nominata, mentre avanza la candidatura di Hillary Clinton, dal cui entourage viene il suo avversario Larry Summers. Ma proprio nelle difficoltà, i mercati e l’economia in generale hanno mostrato di preferire l’audacia alla prudenza, vogliono parole chiare e finora Draghi gliele ha date, mentre la Yellen ha piuttosto balbettato o è rimasta in silenzio; ancora peggio per chi dovrebbe dare delle “forward guidance” cioè delle indicazioni d’indirizzo al mercato. Per non parlare del terzo attore, la People’s bank of China, costretta a ripetuti tagli dei tassi per le performance sotto le previsioni della potenza asiatica.

 

Eppure l’asimmetria non è solo nel decisionismo: Draghi ha a disposizione strumenti e poteri molto minori dei colleghi di Washington e di Pechino. Non ha le spalle coperte da nessun governo né partito – è storia e cronaca l’opposizione, a volte pelosa, della Germania –, non può stampare moneta a piacimento, e dopo avere ottenuto poteri di vigilanza sulle banche deve ora vedersela con i protezionismi intorno ai sistemi bancari nazionali. Non per nulla giovedì ha ripetuto che “contrastarne la frammentazione rientra senza dubbio nel nostro mandato”. Ecco perché la Fed resta un gigante, ma viste le performance della tentennante Yellen, la Bce è divenuta il maggiore player sul mercato. Una contraddizione che i governi europei dovrebbero colmare, dando alla Bce i poteri che ancora non ha. Certo, se avessero più lungimiranza.

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