La ritirata strategica di Glencore non solleva i prezzi delle materie prima ma eccita i piccoli concorrenti

Il tentativo cominciato da Glencore poche settimane fa di risollevare i prezzi delle materie prime riducendo la sua capacità produttiva mediante la chiusura di miniere sta già mostrando seri limiti. Ecco chi vuole costruire un impero sulle sue ceneri.
La ritirata strategica di Glencore non solleva i prezzi delle materie prima ma eccita i piccoli concorrenti

Roma. Il tentativo cominciato da Glencore poche settimane fa di risollevare i prezzi delle materie prime riducendo la sua capacità produttiva mediante la chiusura di miniere sta già mostrando seri limiti. La compagnia anglo-svizzera, colosso dell’estrazione di metalli e minerali, si sta sforzando di ridurre il suo ingente debito – dovrà ripagare nel breve e medio termine 30 miliardi di dollari ai creditori – e in poche settimane ha messo in vendita diverse miniere che aveva acquisito quando si era fusa con Xstrata nel 2013, una delle principali operazioni di fusione/acquisizione nella storia dell’industria mineraria.

 

La mossa avrebbe dovuto avere come conseguenza un rialzo dei prezzi di zinco, rame, nickel, minerale di ferro colpiti da un tracollo derivante dai timori per il collasso della domanda di minerali dalla Cina, il primo consumatore di materie grezze. Glencore ha spiegato ai mercati e al mondo, attraverso il suo pugnace amministratore delegato, Ivan Glasenberg, che ridurre la capacità produttiva è l’unica via per tornare su prezzi di vendita capaci di generare qualche profitto e così salvarsi.

 

In effetti ad esempio il prezzo dello zinco, metallo usato come rivestimento dell’acciaio impiegato nell’industria edilizia e automobilistica soprattutto, ha avuto un sussulto quando le principali case produttrici, Glencore in primis, avevano annunciato un taglio della produzione. Ma l’ottimismo è durato poco. Il prezzo dello zinco sul London Metal Exchange è passato da 1.881 dollari alla tonnellata, un rialzo del 12 per cento, a 1.675 dollari la tonnellata tornando ai livelli precedenti la mossa delle grandi major. Il Financial Times fa notare che, al fondo dell’arretramento, c’è il timore degli investitori circa la possibile risposta cinese: rispondere alla debole domanda domestica inondando i mercati di esportazione, il che non farebbe che aggravare la posizione dei governi che intendono mantenere attive produzioni fuori mercato. La stessa logica vale anche cambiando materia prima. Si prenda il rame come esempio.

 

Il presidente dello Zambia, Edgar Lungu, ha detto ieri che non consentirà alla divisione locale di Glencore di tagliare 4.000 posti di lavoro e che la nazione, ovvero il secondo produttore di rame di Africa, troverà altri investitori capaci di acquisire le operazioni se gli attuali proprietari hanno fallito, riporta l’agenzia Bloomberg. Glencore intende sospendere la produzione alla Mopani Copper Mines per 18 mesi mentre investe 950 milioni di dollari in nuove tecnologie e migliorie agli impianti quando il prezzo del rame è ai minimi da sei anni. Il piano, come denunciato da Lungu, comprende anche il licenziamento di 4.000 dipendenti e un numero ancora maggiore di lavoratori a contratto. Glencore ha attuato la stessa strategia di vendita altrove e i suoi asset sono oggetto di mire aggressive da parte di attori di piccolo e medio calibro del settore minerario.

 

[**Video_box_2**]Questa dinamica è particolarmente evidente seguendo il filone nichel, metallo usato per fabbricare acciaio inox, superleghe e batterie. In agosto Glencore ha venduto la sua quota nella riserva minararia di Sipilou in Costa d’Avorio a un investitore rimasto anonimo. Lo stesso giorno, il 14 agosto, la compagnia ha venduto la Falcondo che opera nella Repubblica Dominicana alla American Nickel. Anche in questo caso l’operazione è stata a dir poco opaca, tanto che nemmeno il ministro delle miniere dominicano ha avuto informazioni precise sull’acquirente. Intelligence Online, un sito specializzato considerato vicino ai servizi francesi, è stato in grado di rivelarne l’identità.

 

Amerian Nickel appartiene a due cittadini greci, finora sconociuti alle cronache, Andrea Mathatias e Dimitris Paschos, attraverso il veicolo Global Special Opportunities Ltd. Intelligence Online aggiunge che Mathatias e Paschos sono persone vicine a Marcos Camhis e Stavros Papastavrou, ex direttori del gruppo bancario Efg Bank, finito sulla “lista Lagarde” dei grandi evasori fiscali. Paschos e Camhis sono entrambi nei board di una compagnia panamense, la Fairwind Assets, una piccola società che è collegata a un’altra compagnia minararia dei balacani, la NewCo Ferronickel, che opera in Kosovo. Ioannis Moutafis, una delle poche persone presenti nel management di Facondo dall’acquisizione da parte di AmericanNickel, è un ex manager della NewCoFerronickel. Quest’ultimo è una sussidiaria di Cunico Resources, una joint venture tra Steinmetz'Bsgr e International Mining Resources una conglomerata di proprietà degli uomini d’affari del Kazakhistan Alexander Machkevitch, Patokh Chodiev e Alijan Ibragimov. Dall’acquisizione di Falcondo, uomini di Cunico si sono uniti alla American Nickel. Anche un altro greco, Yannis Procopis, senior executive di Feni Industries, una sussidiaria macedone di Cunico, è nel board di American Nickel. L’impressione degli analisti di Intelligence Online è che la squadra di greci stia cercando di costruire un impero minerario sulle ceneri di quello lasciato da Glencore.

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