Capitali mobili, stato pesante e sindacati rendono off limits la “Teoria generale”

A John Maynard Keynes sarebbe piaciuto perché era uno straborghese, snob e liberale, che amava consigliare, persuadere (“Essays in Persuasion”, “Esortazioni e profezie in italiano”, s’intitola la raccolta di saggi con forte afflato politico) e andare controcorrente. Non è azzardato pensare, dunque,
Capitali mobili, stato pesante e sindacati rendono off limits la “Teoria generale”

A John Maynard Keynes sarebbe piaciuto perché era uno straborghese, snob e liberale, che amava consigliare, persuadere (“Essays in Persuasion”, “Esortazioni e profezie in italiano”, s’intitola la raccolta di saggi con forte afflato politico) e andare controcorrente. Non è azzardato pensare, dunque, che avrebbe sottoscritto il passaggio chiave del libro che Giorgio La Malfa gli ha dedicato. Eccolo qua: “Oggi, venuta meno l’alternativa radicale fra capitalismo e socialismo, il pensiero keynesiano può rivelarsi utile, non solo come tecnica di politica economica, ma anche come strumento per sceverare politicamente tra posizioni più o meno conservatrici. Ed è questo lo spartiacque che separa destra e sinistra”. Se la divisione fosse solo tra princìpi e valori (eguaglianza o competizione, piano o mercato) bisognerebbe addentrarsi in una querelle che dura da decenni. Ma La Malfa ha scritto un libro chiarissimo, brillante e accurato sul piano teorico, cento pagine che si leggono d’un fiato, non per pubblicare un testo accademico, bensì per riaprire la cassetta degli attrezzi che Keynes ha lasciato ai suoi eredi, e cambiare la società, a cominciare dall’Unione europea i cui trattati (compresi Maastricht e la moneta unica), vengono ricacciati senza appello nel campo della destra. Qui Rodi, qui salta. Il rischio è che si faccia un salto nel passato.

 

Il keynesismo non solo come teoria, ma come prassi, si scontra infatti con alcuni cambiamenti, in parte generati “dall’alto”, cioè dagli effetti delle politiche economiche, in parte conseguenza delle enormi trasformazioni che il capitalismo mondiale ha prodotto partendo dal basso, cioè dal mercato. Prendiamo la globalizzazione. Il laissez-faire ha vinto perché il protezionismo teneva ai margini la maggioranza della popolazione mondiale. Ma il mercato aperto e la libera circolazione dei capitali rendono molto più difficile applicare politiche nazionali di redistribuzione del reddito e finanziare i debiti degli stati, costringendo così i governi a mantenere le finanze pubbliche in equilibrio. C’è un unico paese che può ancora permettersi il deficit spending: quello che batte la moneta dominante libera di fluttuare senza alcun legame con il “barbarico relitto”, come Keynes definiva l’oro, posto a fondamento dell’odiato gold standard. Solo zio Sam può fare il vero keynesiano e anche lui con molti più vincoli oggi che ha conquistato il suo spazio una potenza non keynesiana come la Cina. Il secondo cambiamento riguarda l’intervento pubblico. Il mercato non è perfetto; Franco Modigliani (come ricorda La Malfa) spiegava che “un’economia privata di mercato ha bisogno di essere stabilizzata”, anche perché c’è l’informazione asimmetrica che ha fruttato il premio Nobel a Joseph Stiglitz, George Akerlof e Michael Spence. Ma perché mai i politici che governano gli stati dovrebbero saperne di più rispetto alla miriade di soggetti che producono, comprano e vendono merci? Questo è, in pillole, l’argomento forte già usato da Friedrich von Hayek. Oggi va aggiunta la crisi fiscale dello stato: il welfare state in occidente ha raggiunto una soglia oltre la quale scatta il rigetto.

 

[**Video_box_2**]Non si possono aumentare ancora le tasse, c’è un limite economico, un limite sociale e un limite politico. Il terzo scoglio è il sindacato che ha difeso i salari rendendoli rigidi e impedendo quella politica dei redditi, quel patto sociale tra capitale e lavoro che ha fatto da pendant alle spese in disavanzo. Anche questa lunga recessione ha dimostrato che l’aggiustamento avviene o riducendo i salari o aumentando la disoccupazione. La Spagna sta seguendo la prima ricetta, l’Italia la seconda. Se la sinistra volesse il keynesismo ortodosso, andrebbe incontro a tre chiare sconfitte: una per mano del mercato internazionale; la seconda sull’onda delle rivolte sociali contro le tasse eccessive, lo spreco di risorse pubbliche e l’inefficienza dello stato (pesi già oggi accollati alla sinistra); l’ultima (ma non per importanza) a opera dei sindacati che difendono la rigidità dei salari e del lavoro. La Malfa potrebbe replicare che la sinistra è già stata sconfitta dalla globalizzazione, dalla crisi e dall’austerità. Vero. Ma proprio per questo deve cercare nuove strade meno battute.

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