Qui nell’Oceano Padano non siamo mica evasori seriali

Aumentare la soglia d’uso di monete e banconote incentiva il sommerso o no? Girotondo di opinioni sul casus belli che sta destabilizzando l’Agenzia delle entrate

Gli agricoltori del mio piccolo paese di campagna (Nosadello, Oceano Padano, Italy), e pure quelli – suppongo – degli altri fratelli borghi dispersi nella sterminata e operosa pianura lombarda, quando devono acquistare un nuovo trattore, fanno in questo modo. Di buon mattino, munte le vacche, vanno dal concessionario, fingono di individuare il modello di Landini (no, non il sindacalista) in realtà già scelto mesi prima, si siedono nell’ufficio del venditore e si apprestano a sfinirlo in una trattativa che può durare ore. Quando finalmente lo sgomento venditore concede uno sconto che gli prosciuga quasi per intero la provvigione, l’agricolo padano tira fuori da sotto il giaccone un grosso sacchetto del pane da cui estrae, contandole una a una, svariate centinaia di banconote da cinquanta euro. Così paga, così compra. Come la sciura, il manovale, l’artigiano, il fornitore. Così usa fare qui, con la naturalezza del pragmatismo. I tentativi ministeriali di arginare o normare questo impetuoso ma discreto travaso di liquidi sono sempre risultati vani in un comprensorio geografico e morale e mentale costellato da miriadi di microimprese, attività artigianali, partite Iva reali, instancabili facitrici di lavoro e ricchezza. Pacifico e naturale è il flusso di contanti diversamente denunciati, diciamo così, che come l’immenso reticolo di rogge che ci riquadra, allagando ogni ettaro di terra, pervade ogni scambio, ogni commercio, vive e vigoreggia parallelo ai 730, affiancandoli, non sostituendoli. “Al negher, al negher”, cauti sussurrano, non lividi salviniani dinnanzi al barbaro africano invasor, ma i possessori di “conti correnti del nero”, quei danee che circolano costantemente facendo resistenza alle invadenze fiscali di uno stato che non si ama. Ma odo ora quelle stesse voci che, con l’immortale e severo “Ufelé fa el tò mesté”, mi richiamano a parlare solo di ciò che mi compete. Del resto sono un umanista, per giunta statale, incapace – pur volendo – di produrre nero, non so di economia e studio Dante, che tanto lui i soldi, il “maladetto fiore” e “i subiti guadagni”, li schifava. E mi sento così esentato dalla colpa (tale è qui) di non averne, di qualunque tinta siano.

 

Mirko Volpi, scrittore

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