Non solo Stabilità. Dove va il welfare italiano (la versione di Boeri)

Reddito minimo, pensioni e tasse. Ecco cosa ha detto il presidente dell'Inps durante il convegno che si è tenuto oggi alla Bocconi "Nuovi lavoratori, nuovo Welfare"
Non solo Stabilità. Dove va il welfare italiano (la versione di Boeri)

Tito Boeri (foto LaPresse)

"Sul reddito minimo sono abbastanza ottimista. Ho criticato la legge di Stabilità ma su questo aspetto per la prima volta in Italia sembra si stia facendo sul serio. Ci sono aspetti positivi soprattutto riguardo agli interventi di contrasto alla povertà e la legge delega per il riordino dell'assistenza ci può dare strumenti importanti per mettere in piedi strumenti per il reddito minimo. Credo ci siano, per la prima volta in Italia, i margini per poter pensare di introdurre un reddito minimo". A dirlo è l'economista e presidente dell'Inps Tito Boeri durante il convegno che si è tenuto oggi in Bocconi "Nuovi lavoratori, nuovo Welfare" (in collaborazione con Fondazione Giangiacomo Feltrinelli). "Credo nel reddito minimo che può tutelare il lavoratore autonomo piuttosto che in un sistema di sussidio di disoccupazione, dove i problemi di azzardo morale sono fortissimi", ha aggiunto Boeri per il quale però è necessario porsi il problema di informare i lavoratori del legame tra i contributi versati e le pensioni future. "La distinzione tra lavoro autonomo e dipendente ha a che fare con il grado di rischio che il lavoratore prende su di sé – ha  aggiunto – E non sempre il lavoratore autonomo è consapevole che prende sulle sue spalle anche il rischio di impresa".

 

In soccorso ai lavoratori freelance, deve però entrare in gioco anche la revisione di un sistema pensionistico che soffre di difformità di trattamento, di storture e contraddizioni ereditate dal passato. "Penso si debba superare la gestione separata - ha spiegato Boeri - favorire carriere discontinue e la mobilità. Le ricongiunzioni onerose sono motivate da esigenze di cassa e non economiche, sono inique. Abbiamo invece bisogno di lavoratori mobili che cambino settore. Non vedo perché questi debbano essere penalizzati".

 

Oggi il lavoratore autonomo, soprattutto quello intellettualmente qualificato, non è più facilmente identificabile in una sola categoria. Sovrappone più competenze in campi attigui, si reinventa in modo trasversale per occupare al meglio gli spazi di mercato che si creano. E impara a fare rete in modo diverso, a volte inaspettato, a cambiare le logiche del lavoro, anche in professioni tradizionalmente viste come individualiste. "Mentre alcuni grandi studi di architettura propongono internship gratuite - ha raccontato durante il convegno il giovane architetto Marcello Fantuz, del collettivo di Amsterdam Studio Multitude - i collettivi cambiano il modo di lavorare, non più verticale attraverso un capo e un project leader, ma orizzontale, attraverso la costruzione di gruppi di lavoro temporanei che uniscono competenze attorno a specifici progetti".

 

Tra Francia e Belgio a fine 2014 è nato il primo esperimento transnazionale autogestito su base cooperativa da lavoratori autonomi, che garantisce scambi mutualistici nella gestione fiscale, nella protezione sociale, auto-finanziamento e tutela dei diritti dei lavoratori intermittenti o indipendenti. Si tratta di Bigre!, un progetto nato dall'unione di diverse realtà cooperative che affondano le proprie radici nel socialismo auto-gestionario, che porta con sé quindi anche un progetto di natura politica per rifondare la solidarietà interprofessionale e la cooperazione produttiva. Brige! è nato per tutti coloro che  vogliono "superare l'alternativa tra il lavoro salariato subordinato e il lavoro indipendente precarizzato”. Chi ne fa parte? Dai giardinieri agli informatici, dagli interpreti ai giornalisti, dai pastori ai consulenti.

 

In Italia, infine, si registra l'esperienza di Acta, nata nel 2004 per dare rappresentanza ai professionisti del "terziario avanzato" che sono lavoratori autonomi: formatori, ricercatori, informatici, creativi e altre categorie di consulenti, generalmente operanti al di fuori di Ordini e Albi professionali. "Siamo nati per unirci tra professionisti di mestieri diversi perché non c'era nessuno che si occupava dei diritti dei lavoratori freelance", ha spiegato la vicepresidente dell'associazione Francesca Pesce. "Noi usiamo tecniche di lotta diverse – ha aggiunto – non possiamo scendere in piazza ma costruiamo proposte e cerchiamo di trovare soluzioni tra noi. Come nel caso dell'esperienza dei traduttori editoriali che, non avendo una copertura per malattia, hanno trovato da soli una mutua sanitaria e hanno costruito insieme una forma di assistenza mutualistica".

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