La legge di Myron applicata alla regolamentazione finanziaria

 "Asintoticamente, ogni sistema tributario compiuto raccoglie un gettito fiscale pari a zero". In altri termini, una volta stabilite delle regole fiscali, i contribuenti troveranno nel tempo dei modi per evaderle ed eluderle. Secondo Paul Romer, economista americano della Stern School of Business alla New York University, lo stesso vale per le regole della finanza. Storia e analisi degli accordi di Basilea
La legge di Myron applicata alla regolamentazione finanziaria

Oggi, come ogni lunedì, su Radio Radicale è andata in onda la mia rubrica "Oikonomia". Qui potete trovare l'audio, di seguito invece il testo con annessi link.


Nella scorsa puntata ho spiegato perché la cosiddetta “Unione bancaria” europea, il cui processo prese avvio nel giugno 2012 con un importante vertice a Bruxelles, vede oggi il suo pieno completamento minacciato da una serie di disaccordi tecnici e politici tra i grandi stati dell’Eurozona. In particolare, dei tre pilastri che la compongono – cioè la vigilanza bancaria unica, il meccanismo unico di risoluzione bancaria e schema unico di garanzia dei depositi – è l’ultimo a rischiare di più. E al centro del contendere, come detto, ci sono problemi di “ponderazione” del rischio associato ai titoli del debito pubblico quando questi ultimi sono presenti nei bilanci bancari stessi. Secondo il governo tedesco, per esempio, non si può continuare a ritenere come “risk free”, cioè a rischio zero per il regolatore, i di titoli di Stato, così come invece è previsto dagli accordi di Basilea.

 

In questa e nella prossima puntata parlerò proprio di questi accordi internazionali sui requisiti patrimoniali degli istituti di credito, ripercorrendo la loro storia e analizzando i loro contenuti. L’economista Carlo Milani, nel suo recente ebook “Alle radici della crisi finanziaria” (edito da Egea editrice), offre una spiegazione del perché “relativamente alla regolamentazione finanziaria, lo sforzo e la frenesia iniziale per rivedere le normative internazionali vigenti (gli accordi di Basilea appunto, ndr) ha determinato spesso il raggiungimento di compromessi al ribasso, o che hanno ulteriormente complicato il set di norme disponibili. Al riguardo è utile fare riferimento alla legge di Myron e al suo corollario di Paul Romer”, scrive Milani. “La legge di Myron postula quanto segue: ‘Asintoticamente, ogni sistema tributario compiuto raccoglie un gettito fiscale pari a zero’. In altri termini, una volta stabilite delle regole fiscali, i contribuenti troveranno nel tempo dei modi per evaderle ed eluderle. Partendo da questo assunto, Paul Romer – economista americano della Stern School of Business alla New York University – deriva il seguente corollario: ‘Ogni decennio o giù di lì, ogni sistema compiuto di regolamentazione finanziaria condurrà a una crisi finanziaria sistemica’, ovvero una volta stabilite delle normative finanziarie, i mercati troveranno il modo per aggirarle, determinando quindi una crisi finanziaria”.

 

Gli accordi di Basilea sono il risultato dei lavori dell’omonimo Comitato, istituito dai governatori delle Banche centrali dei primi 10 paesi industrializzati alla fine del 1974. Il primo accordo di Basilea fu stipulato nel 1988 ed entrò in vigore nel 1992. L'accordo di Basilea I, nato dall’esigenza a lungo sentita di rispondere alla fine di Bretton Woods, alla crisi dei paesi dell’America Latina e delle Saving&Loans statunitensi, secondo Milani ricevette nuova linfa dal tentativo di Stati Uniti e Regno Unito di frenare almeno un po’ la concorrenza minacciosa delle banche commerciali giapponesi.

 

Si tenta, in questo come nei successivi accordi di Basilea, di definire i requisiti minimi di capitalizzazione degli istituti che operano sui mercati internazionali. Il capitale bancario viene suddiviso in due categorie: “Il Tier 1 capital, ovvero il capitale di migliore qualità in quanto composto dal capitale effettivamente versato e dalle riserve per utili non distribuiti e su rischi generali – ricorda Milani – e il Tier 2 capital, formato dal Tier 1 a cui si somma il capitale supplementare, composto a sua volta dai fondi svalutazione crediti, dalle riserve di rivalutazione titoli, dai debiti subordinati con scadenza superiore ai 5 anni, dagli strumenti ibridi di capitale”.

 

In particolare l’accordo ruotava attorno a un requisito patrimoniale minimo obbligatorio dell’8% delle attività creditizie di ogni banca (il credito erogato) ponderate per il rischio di credito (o risk-weighted asset, RWA). Questa era considerata un’evoluzione se paragonata ai coefficienti dimensionali che imponevano un requisito minimo di patrimonio rispetto al totale delle attività non ponderate per il rischio.

 

Questa volta infatti le attività furono suddivise in cinque diverse categorie, a ognuna delle quali fu assegnata una ponderazione per il rischio pari, rispettivamente, allo 0, 10, 20, 50 e 100%. Nella prima categoria di rischio, quella a ponderazione pari a zero per cento, rientravano il cash, i crediti nei confronti della Banca centrale o del paese in cui la opera la banca; nelle attività con ponderazione al 50% erano compresi i mutui per acquisto di abitazioni con garanzia reale; nelle attività con ponderazione al 100% rientrano gli altri finanziamenti al settore privato. Dunque se una banca italiana acquista 100 euro di titoli di Stato italiani, questo non implica nessun assorbimento di capitale, mentre finanziare per lo stesso importo delle imprese implica un assorbimento di capitale di 8 euro. Oggi, pur con Basilea III in via d’implementazione, il trattamento dei titoli di Stato non è ancora mutato: perciò la Germania per esempio intende cambiare proprio la ponderazione per il rischio dei titoli di Stato, trovando l’opposizione di Paesi come l’Italia che temono l’ulteriore indebolimento  dei bilanci dei propri istituti di credito.

 

Inoltre l’8% di accantonamento previsto da Basilea I, secondo alcuni osservatori, poteva essere troppo per una controparte poco rischiosa e troppo poco per una controparte giudicata rischiosa. Da ciò discendeva la possibilità di arbitraggio per eludere quel vincolo di capitale pensato nel 1988. A fronte del rispetto apparente della formula di Basilea 1, il management bancario era cioè incentivato a concedere prestiti alle controparti più rischiose. Così nel 1999 si iniziò a discutere di una possibile Basilea II, conclusa nel 2004 ed entrata in vigore solo nel 2007. Ne parlerò la prossima settimana.

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