La Grande instabilità del welfare italiano è ancora con noi

La legge di Stabilità per il 2016, la prima “con il segno più” come usa dire Matteo Renzi, è forse l’occasione migliore per ricordare che nel futuro dell’Italia c’è un problema: il sistema di welfare, la sua sostenibilità e la sua efficacia
La Grande instabilità del welfare italiano è ancora con noi

Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan (foto LaPresse)

Roma. La legge di Stabilità per il 2016, la prima “con il segno più” come usa dire Matteo Renzi, è forse l’occasione migliore per ricordare che nel futuro dell’Italia c’è una Grande instabilità: il sistema di welfare, la sua sostenibilità e la sua efficacia. Negli anni della Grande recessione, dal 2008 a oggi, i vari governi si sono confrontati con l’emergenza (non senza risultati ragguardevoli, come la riforma Fornero delle pensioni), ma hanno rimandato sine die una modernizzazione strutturale del modello sociale. La conseguenza è aver esasperato le patologie di cui già l’economia italiana soffriva prima della crisi: un paese sempre più vecchio (gli over 65 erano il 21,7 per cento della popolazione totale nel 2014 e oltrepasseranno il 32 per cento nel 2043) e una spesa sociale di dimensioni sì paragonabili a quelle degli altri paesi europei, ma estremamente sbilanciata sul comparto pensionistico (17 per cento del pil, tre punti sopra la media continentale) e su politiche passive per il lavoro.

 

Su quest’ultimo fronte, in particolare, negli anni della crisi il quadro è peggiorato: si è scelto di destinare le risorse disponibili al mero sostegno al reddito dei disoccupati – con l’utilizzo in deroga degli ammortizzatori in costanza di rapporto di lavoro per contenere la deriva dei licenziamenti – anziché puntare a strumenti di formazione professionale e riqualificazione del lavoratore. Dal 2007 al 2013, la spesa per le cosiddette politiche attive per il lavoro è addirittura calata, passando dallo 0,373 allo 0,332 per cento del pil. Se per gli ammortizzatori sociali i decreti attuativi del Jobs Act hanno trovato un opportuno riordino, con misure che avvicinano l’Italia alle più moderne esperienze di tutela del reddito elaborate a livello europeo, per le politiche attive c’è ancora molto da fare e riformare. Come affrontare l’instabilità? Occorrono nuove “visione e progettualità”, scrivono Giuliano Cazzola, Emmanuele Massagli, Silvia Spattini e Michele Tiraboschi nella prefazione del documento di Adapt “Lavoro e welfare della persona. Un libro verde per il dibattito pubblico”, presentato ieri alla Camera dei deputati assieme a Marco Pannella e altri esponenti radicali.

 

[**Video_box_2**]Soprattutto, secondo gli esperti, occorre un ripensamento profondo della natura del welfare, che si muova “non a partire da modelli imposti dall’alto ma dalla libera iniziativa di uomini e donne inseriti nel proprio contesto sociale”. Come lo definiscono, un “welfare della persona”. L’idea è che i sistemi di welfare abbandonino una novecentesca prospettiva generalista e passiva di mero sostegno al reddito (che, abbiamo visto, ha dominato anche gli ultimi anni) e adottino un approccio individualista, volto all’implementazione di politiche attive che con interventi personalizzati si adeguino alle esigenze, alle caratteristiche e alle potenzialità del singolo lavoratore. Il veicolo più adeguato per un’offerta di servizi di welfare sempre più personalizzati è l’azienda: sempre più il welfare deve farsi aziendale e “contrattuale”, diventando dunque parte integrante della contrattazione tra l’imprenditore, i lavoratori e i loro rappresentanti sindacali. Sì, anche i sindacati, se non vogliono subire una progressiva e inesorabile marginalizzazione, hanno il dovere di accettare l’equazione “meno contrattazione collettiva nazionale e più contrattazione aziendale”. Solo così le imprese e i lavoratori possono trovare reciprocamente conveniente (anche grazie a un irrobustimento delle forme di defiscalizzazione) negoziare l’erogazione di beni e servizi di welfare privato. E’ “l’emancipazione del welfare dal monopolio statale”, per dirla con il documento di Adapt, la prospettiva a cui guardare. Con buona pace della Camusso.

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