Perché l’accordo di libero scambio con gli Stati Uniti conviene all’Italia

I calcoli di Prometeia e le tesi del prof. Onida sul Ttip. Il ministro Calenda al Foglio sui pourparler europei
Perché l’accordo di libero scambio con gli Stati Uniti conviene all’Italia

Roma. In un’Europa tedesca, preda di quelle che l’economista Fabrizio Onida definisce “paure irrazionali”, l’Italia è forse il paese che insieme a Regno Unito e Spagna lavora con più convinzione alla chiusura dell’accordo di libero scambio tra l’Unione e gli Stati Uniti, il Ttip, accordo i cui negoziati sono ripresi lunedì scorso a Miami. Certo, come spesso quando si tratta di trattati internazionali, l’opinione pubblica interna e i media sono distratti. La materia è tecnica, anche se carica di riflessi che si potranno toccare con mano da Palermo a Bolzano. Eppure i vantaggi dell’accordo per l’Italia sono significativamente superiori agli svantaggi. Secondo uno studio della società di consulenza Prometeia, la catena degli effetti che va dalla diminuzione dei prezzi all’export (come conseguenza dell’abbattimento delle barriere tariffarie e non tariffarie che è il cuore dell’accordo) per arrivare a un aumento dell’occupazione e dunque dei redditi e dei consumi delle famiglie, potrebbe condurre a uno scatto del pil di mezzo punto percentuale. Naturalmente l’impatto sulla crescita, dice al Foglio Alessandra Lanza, una degli economisti che hanno lavorato alla ricerca, “dipenderà dall’ampiezza dell’intesa, cioè dall’intensità dell’abbattimento delle barriere commerciali”. Nell’ipotesi in cui questo sia parziale, la ricaduta sul prodotto lordo per esempio si dimezzerebbe. L’Italia  resterebbe comunque il paese europeo in cui, data la composizione merceologica del suo export (tessile-abbigliamento, meccanica, automobile, alimentare), sarebbero maggiori i vantaggi per l’industria esportatrice; vantaggi superiori a quelli di Germania, Spagna, Francia e Regno Unito. Anche Onida, esperto di commercio internazionale, che pure invita a prendere “cum grano salis” le stime d’impatto quantitativo, non ha dubbi sul fatto che “l’effetto netto per l’Italia sarebbe positivo”.

 

Si comprende bene dunque perché il governo Renzi, alla continua ricerca dei mezzi per rimettere il paese sulla via della crescita, si batta per una conclusione rapida e positiva del negoziato avviato più di due anni fa. Il premier lo ha ribadito a Barack Obama nella sua recente visita a Washington. Mentre durante il semestre di presidenza italiana della Ue, sono state positivamente disinnescate alcune mine che rischiavano di far deragliare il negoziato: “Abbiamo innanzitutto desecretato, ed è stata la prima volta nella storia dei negoziati commerciali, il mandato negoziale della Commissione sul Ttip (ovvero le linee guida sulla base delle quali trattare, ndr) – dice al Foglio Carlo Calenda, il viceministro dello Sviluppo economico responsabile del dossier. Così si è democratizzato il processo e chiarito che l’apertura ai prodotti geneticamente modificati (liberalizzati in America, ndr), i servizi pubblici, il diritto del lavoro e la cultura, sui quali l’opinione pubblica europea è molto sensibile, non sono parte del negoziato”. Con buona pace dei movimenti anti Ttip, si potrebbe aggiungere. Inoltre, “l’Italia ha bloccato la richiesta franco-tedesca di riaprire il mandato negoziale a partire dalla questione della clausola Isds che disciplina le controversie tra investitori privati e stati, richiesta che rischiava di allungare all’infinito i tempi della trattativa, di fatto congelandola”. Impegno e pressione dell’Italia sui partner non hanno diradato tuttavia del tutto le ombre sulla possibilità di chiudere il negoziato in tempi brevi – in particolare prima dell’avvio, con le primarie all’inizio del prossimo anno, del lungo cammino che porterà all’elezione del nuovo presidente americano nel novembre 2016 – e con essa la possibilità per il paese di incassare i vantaggi sperati.

 

[**Video_box_2**]La scadenza possibile di gennaio 2016
Nel governo tuttavia si è fiduciosi che si possa chiudere entro gennaio, anche se non in modo definitivo al cento per cento dei dossier, ma comunque con esiti positivi per le questioni d’interesse nazionale. Per l’Italia uno dei dossier più spinosi attualmente riguarda la tutela delle indicazioni di provenienza geografica dei prodotti, evitare per esempio che negli Stati Uniti si producano formaggi italiani o altri beni alimentari con etichettature che li fanno sembrare made in Italy (il così detto italian sounding). Vi sono poi una serie di prodotti made in Italy, nell’alimentare ma non solo, interessati da barriere di vario tipo imposte dall’America. In linea generale, comunque, il negoziato è ben avviato soprattutto in alcuni settori industriali di rilievo (automobile, chimica, farmaceutica, cosmetica, tessile). Sebbene i tempi siano strettissimi, l’ipotesi più accreditata anche a Bruxelles è che si possano fissare alcuni paletti, sia in materia di barriere tariffarie sia di armonizzazione degli standard. Certo è che un fallimento del negoziato, per esempio per mano franco-tedesca a causa delle crescenti resistenze delle opinioni pubbliche interne, taglierebbe fuori l’Europa dal processo di ridisegno delle relazioni commerciali in corso a livello internazionale, di cui il Ttip è snodo essenziale, con le conseguenze che è facile immaginare.

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