Gli euroidealisti devono fare i conti con la "depoliticizzazione"

Tra gli europopulisti e gli eurofagi descritti dal Presidente Mario Monti nell’intervista a Strade, anticipata sul Foglio, il rischio è la “visione centrale”.
Gli euroidealisti devono fare i conti con la "depoliticizzazione"

Il senatore Mario Monti (foto LaPresse)

Tra gli europopulisti e gli eurofagi descritti dal Presidente Mario Monti nell’intervista a Strade, anticipata sul Foglio, il rischio è la “visione centrale”. Non di categoria elettorale si tratta, ma della terminologia oculistica usata per definire l’eccessiva focalizzazione dell'attenzione visiva su un punto stretto, che finisce per creare pressione sul nervo ottico.

 

Per Monti le politiche statali dovrebbero rimanere “a casa loro”: se, al contrario, le battaglie nazionali invadono lo spazio della politica europea si determina quell’eurofagia che porta a una crisi politica dell'Unione. Spiega come “questa crisi ha caratteri precisi: l'orientamento sul breve periodo, la sottovalutazione dell'effetto di governo delle scelte e la sopravvalutazione del loro impatto mediatico, la semplificazione del dibattito e delle proposte, anche a fronte di problemi complessi. Così si premiano e si premieranno sempre gli iper-semplificatori, che sono i nazionalisti e i populisti”.

 

Ma chi viene annoverato tra i populisti? Attenzione a non ignorare nella post-democrazia - intuita da Colin Crouch già nel 2003 – oltre ai post-partiti, ormai sempre più partiti personali (come evidenziano i lavori di Paolo Mancini e Mauro Calise), il latente sub-populismo tecnocrate. Il boom populista trae sempre forza, sebbene non sia la sola condizione sufficiente e scatenante, dalla crisi economico-finanziaria, che mette in difficoltà i governi nazionali facilitando gli “imprenditori politici” della protesta/paura.

 

Le elezioni italiane che hanno fatto registrare l’apice del consenso per una proposta politica populista (non racchiudibile in un solo partito) e “rancorosa” - efficace definizione non di un politologo ma di un sociologo, Aldo Bonomi – sono state quelle del 1994 e del 2013, successive a legislature instabili, contrassegnate da crisi economiche sovranazionali per affrontare le quali partiti tradizionalmente avversari si erano alleati a sostegno di governi tecnici. La breve parentesi partitista dell’Agenda Monti, nel 2013, funzionò da riferimento per un movimento “civico” dai tratti antipolitici ma non populisti, tipici di élites per le quali l’attività politica è una sfera distante dalle esigenze concrete della popolazione – si tratta, in effetti, dell’accusa dei populisti che riducono le élites a “tecnocrazia” – ed è rivolta a proporre soluzioni che richiedono continui interventi normativi a livello nazionale. Un’autorappresentazione bocciata dal corpo elettorale, a conferma dell'analisi di Furio Cerutti, comparsa su Il Mulino nel 2012, a proposito del governo Monti: "Per conservare legittimità il governo par le peuple non può andare a scapito del governo pour le peuple". Il popolo, ci piaccia o meno, ha individuato proprio nelle élites le responsabili della crisi: forse un capro espiatorio, certo un’autoassoluzione.

 

Le politiche nazionali devono, quindi, togliersi l’appetito? Non è facile, specie se dimentichiamo di vivere nella poliarchia descritta da Robert Dahl, quell’articolazione plurale della società retta da istituzioni politiche aperte e arricchita da corpi intermedi che vi rappresentano interessi, complessità, preferenze, contribuendo a determinarne le scelte politiche collettive. Nella poliarchia in crisi, gli elettori si allontanano sempre di più da questi attori restando, letteralmente, a casa. Questo il motivo della parziale sconfitta del centro-sinistra alle ultime politiche. Tutti i partiti in frantumi, incapaci di intercettare i gravi motivi di malessere presenti in una popolazione che, sebbene pervasa da sentimenti a volte qualunquisti, #tuttiacasa!, è stata in parte snobbata e lasciata alla mercé degli imprenditori dei populismi, buoni o cattivi, e delle paure.

 

Sarebbe bello un seminario a La Sapienza, che parta dalle riflessioni di Monti, nella sua inedita veste politologica, sui rischi che corrono gli “euroidealisti”, con la consapevolezza comunque dell’impossibilità di trovare risposte gravide di certezze.
Alcune idee: non occorre focalizzarsi sulla comunicazione legandola a una sola chiave interpretativa. E’ Twitter il male? La trappola in cui si cade nelle campagne elettorali, tra smacchiamenti sui terrazzi e nonni alle prese con lo spread, è quella di lavorare sul messaggio senza ancorarlo a una rete valoriale, come quella fortissima che pochi mesi prima salutò sui social a suon di #RiMontiamo la nascita del governo tecnico nel 2011.

 

Pensiamo all’efficacia di una formula che equivale a un decimo di tweet: Whatever it takes. Il messaggio di Mario Draghi in conferenza stampa - altro che disintermediazione! –  non era l’idea di un guru del marketing, ma è rimbalzato da un capo all’altro del globo più rapidamente del Just do it coniato da Dan Wieden per la Nike. Gran parte dei tweet di chi vuol influenzare l’opinione pubblica è invece estemporanea, come un messaggio su Snapchat: 10 secondi dall’apertura e si cancella. Neanche memoria a breve termine.

 

Ancora, il ricorso al referendum di Tsipras è stato oggettivamente una forzatura inedita, simbolicamente determinante per tornare alle urne in poche settimane senza venir spazzati via da sinistre soluzioni di Grexit. Ma la “visione centrale” trascura la “rappresentanza descrittiva” definita nel 1967 da Hanna Fenichel Pitkin. La politologa tedesca ritiene fondamentale la creazione un momento di distacco e riflessione fra i desideri dei rappresentati e le azioni dei rappresentanti, così da entrare in un dialogo deliberativo sul modo migliore per rispondere, almeno potenzialmente, con decisioni che fanno gli interessi dei rappresentati (constituents) “in modo che l’eventuale conflitto fra questi desideri [come interpretati da loro stessi e come interpretati dal rappresentante] possa essere risolto tenendo conto dei loro stessi interessi”. Senza una comune deliberazione il rapporto si spezzerebbe. Un concetto non teorizzato in un periodo di ubriacature social, ma che indica la necessità di consultazioni e deliberazioni per dare legittimità alle scelte.

 

[**Video_box_2**]Dove si è tentato di costruire la rappresentanza? Nell’ambito dell’Unione europea, per molti anni, nei libri bianchi e nelle prime consultazioni offline, quando Jacques Delors definiva quello strano animale sovrastatuale europeo del quale era alla guida un Opni: Oggetto Politico Non Identificato. La legittimità che si stentava ad avere dai governi, gelosi dei loro poteri, la si cercava nel rapporto diretto con i corpi intermedi delle varie nazioni.

 

E forse gli euroidealisti, per mettersi alla ricerca del loro popolo, potrebbero partire dall’affrontare una nuova definizione proprio dei corpi intermedi e dalle parole pronunciate da Jean Monnet al termine della sua vita: “Si c’était à refaire, je commencerais par la culture”.

 

Marco Laudonio è dottorando in comunicazione, ricerca, innovazione

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