Perché un welfare sbilanciato non aiuta le famiglie sovraindebitate

Secondo le previsioni di consenso, l’Italia sta finalmente avviandosi verso la ripresa economica. La lunga fase di recessione ha lasciato però nei bilanci familiari alcune ferite molto profonde.
Perché un welfare sbilanciato non aiuta le famiglie sovraindebitate

Secondo le previsioni di consenso, l’Italia sta finalmente avviandosi verso la ripresa economica. La lunga fase di recessione che abbiamo alle spalle lascia però, nel contesto domestico, e in particolare nei bilanci delle famiglie, alcune ferite molto profonde. La flessione dei redditi e il basso livello di inflazione hanno infatti determinato un aumento delle difficoltà delle famiglie italiane nel fare fronte ai debiti contratti negli anni passati. Utilizzando le statistiche della Banca d’Italia si può stimare il sovraindebitamento delle famiglie, ossia la situazione nella quale, nonostante una riduzione del tenore di vita e la dismissione delle proprietà disponibili, non si è in grado di far fronte stabilmente al servizio del debito.

 

Nel 2014 il 5,7 per cento delle famiglie italiane risulta sovraindebitata, ovvero circa 1,4 milioni di nuclei famigliari hanno contratto debiti (verso banche, finanziarie, imprese, amici o parenti) che riescono con grande difficoltà a onorare. Rispetto al 2000 il numero di famiglie sovraindebitate è cresciuto di oltre un milione di unità. La situazione delle famiglie italiane risulta particolarmente svantaggiata anche se posta a confronto con quella delle famiglie degli altri paesi europei. Da un’analisi Bce risulta che il grado di vulnerabilità finanziaria delle famiglie italiane è secondo solo a quello della Slovacchia. La rilevanza del problema ha indotto il legislatore italiano ad adottare una normativa specifica per la gestione dei casi di sovraindebitamento che, tuttavia, non trova adeguata applicazione. Se non si interverrà in modo più incisivo sugli squilibri finanziari, confidando invece sugli effetti positivi della ripresa, c’è il rischio concreto che questi possano riemergere, con maggiore virulenza, quando la Bce deciderà di abbandonare la sua politica monetaria accomodante. Inoltre, la vulnerabilità finanziaria ha importanti riflessi anche sul contesto sociale. Famiglie nelle quali ci sono soggetti che lavorano, ma con un carico eccessivo di debiti, sono andate a ingrossare le file di chi è a rischio povertà o esclusione sociale.

 

[**Video_box_2**]Secondo le statistiche dell’Eurostat oltre il 28 per cento della popolazione italiana si trova in questa non invidiabile situazione, contro il 20 per cento della Germania e il 18 per cento della Francia, e sono soprattutto i giovani e le persone in età lavorativa ad avere le maggiori difficoltà. Un contributo fondamentale al divario con i principali paesi europei sul grado di povertà va attribuito ai trasferimenti sociali, al netto delle pensioni. Se, ad esempio, l’Italia attuasse gli stessi interventi pubblici volti ad aiutare il tessuto sociale più disagiato della media dell’area euro, l’incidenza della povertà nel nostro paese sarebbe più bassa di quella tedesca. Il problema del limitato supporto offerto ai più indigenti non va ricercato negli interventi di riduzione della spesa pubblica, poiché questa pesa per oltre un punto di pil in più rispetto alla media europea. Non va tanto meno individuato nel minor ricorso alle prestazioni sociali nel loro complesso, anch’esse con un’incidenza sul pil più elevata che in Europa. Il problema risiede nella composizione della spesa, troppo sbilanciata a favore delle pensioni. Quest’ultime, incluse quelle di reversibilità, hanno assorbito l’80 per cento della spesa sociale nel 2013, contro appena il 63 per cento della media dell’area euro. La spesa per l’esclusione sociale si ferma nel nostro paese all’1 per cento del totale delle prestazioni sociali, un terzo di quella europea. Tra 40/50 anni questa composizione tenderà a migliorare, grazie alle riforme pensionistiche già varate, e in particolare con l’introduzione del sistema contributivo, ma nel lungo termine saremo tutti morti, come sottolineava John Maynard Keynes. Se non si pone prima qualche correttivo si rischia di compromettere il patto intergenerazionale, sulla base del quale i giovani finanziano le pensioni degli anziani.

 

Carlo Milano è economista presso il Centro Europa Ricerche

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