Produttività o morte

Serve una rottamazione in fabbrica. Il governo non può aspettare in eterno le parti sociali.  Contrattazione aziendale e cultura pansidacalista. Parla D’Amato, l’ex n.1 di Confindustria.
Produttività o morte

Maurizio Landini, Marco Bentivogli e Matteo Renzi

Roma. Nei primi otto mesi del 2015 i contratti a tempo indeterminato sono stati 1.164.866, circa 90 mila più delle cessazioni e 319.102 in più rispetto a quelli siglati nello stesso periodo del 2014. Adesso l’Italia “non deve perdere l’occasione per ridisegnare le relazioni industriali in maniera dinamica”. Il governo Renzi ha cambiato “finalmente” l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, dopo che se ne parlava da 15 anni; ora non ceda ai “veti” delle parti sociali, per andare avanti verso “una contrattazione aziendale e con meno orpelli decisi centralisticamente”, a costo di introdurre unilateralmente il salario minimo legale, altrimenti “l’Italia perde anche il treno della ripresa”. Antonio D’Amato, oggi a capo del gruppo Finseda e già presidente di Confindustria dal 2000 al 2004, decritta con il Foglio la fase di grande confusione attraversata da Confindustria e sindacati, e sostiene che l’esecutivo può approfittare di un cambiamento di non poco conto intervenuto nel frattempo: “La ricerca spasmodica di ‘dialogo’ era diventata l’equivalente del politically correct nelle nostre relazioni industriali. La rottura imposta dalla Fiat di Marchionne lo ha finalmente scalfito”.

 

Antonio D’Amato, classe 1957, oggi a capo del gruppo Seda e già presidente di Confindustria dal 2000 al 2004, in una conversazione con il Foglio descrive la fase di grande subbuglio attraversata da Confindustria e sindacati, suggerendo alla politica di non ripetere errori compiuti in passato e di cui ancora paghiamo le conseguenze.  D’Amato, con il suo gruppo, è leader negli imballaggi alimentari, ha un’ampia base produttiva in Italia ma anche stabilimenti in paesi esteri, dalla Germania al Regno Unito, passando per Portogallo e Stati Uniti. La sua prima riflessione è sullo stato della nostra economia: “Nella competizione mondiale il sistema industriale italiano è in difficoltà per la continua perdita di produttività e perché non più competitivo. Oggi il momento è critico. Le imprese o sono messe in condizione di recuperare produttività e competitività, e lo fanno, oppure muoiono. Si parla di ripresa, che effettivamente c’è, ma se dopo aver perso più pil di tutti gli altri paesi europei cresceremo anche meno di tutti gli altri, ecco che la nostra distanza rispetto ai paesi concorrenti si amplierà in maniera definitiva”. L’imprenditore sostiene che “bisogna distinguere la competitività di sistema e quella delle imprese”. La competitività italiana ha innanzitutto a che fare con il sistema paese, “con le sue lentezze burocratiche e amministrative, con i suoi ritardi nelle riforme economiche e sociali, dalla giustizia al fisco, dalla scuola al welfare. Né vanno sottaciute le rigidità aggiuntive che un eccesso di burocrazia europea continua a far gravare sul sistema produttivo, e che comunque ci pongono in situazione di svantaggio non dico rispetto all’Asia ma certamente rispetto agli Stati Uniti, che sono comunque il nostro primo concorrente”.
A livello di imprese, invece, la produttività si “misura con il ‘Clup’ di antica memoria, il costo del lavoro per unità di prodotto. Da questo dipende la capacità di compensare la crescita del costo del lavoro che, in Italia, ha avuto accelerazioni continue come se fosse una variabile indipendente da tutto il resto. Né si ripeta la solita litania sul basso tasso di innovazione delle nostre imprese. Perché, come è noto, sull’innovazione di processo, proprio per aggirare le rigidità e l’alto costo del lavoro, l’Italia è sempre stato uno dei paesi più all’avanguardia del mondo. Ma non c’è innovazione che basti se non cambia il modo di ridefinire la produttività del lavoro”.

 

Il Centro Studi di Confindustria, due settimane fa, ha pubblicato una nota in cui è scritto che nel nostro paese dal 2000 al 2014 i salari reali sono aumentati più della produttività e così la quota del lavoro sul valore aggiunto è tornata a livelli da anni 70. Poche ore dopo la pubblicazione di questo studio, Giorgio Squinzi, l’attuale presidente di Confindustria, ha abbandonato il tavolo della trattativa con i sindacati sulle nuove regole della contrattazione. “Le retribuzioni lorde per unità di lavoro sono aumentate del 6,5 per cento – scrive il Csc – più dell’incremento dei prezzi al consumo, con una variazione media annua dello 0,5 per cento. Nel solo manifatturiero sono salite del 17,6 per cento reale, più 1,2 per cento annuo. Incrementi ben superiori a quelli registrati dalla produttività”. Complici la crisi e l’aumento strisciante delle tasse, i lavoratori spesso nemmeno se ne accorgono, ma le imprese in questo modo perdono competitività. Per D’Amato la strada da percorrere per incidere sul fattore “produttività del lavoro” è quella di ridefinire il modo stesso in cui viene svolta la contrattazione. “Oggi, nel nostro paese, abbiamo ancora come riferimento principale la contrattazione nazionale di categoria che si compone di una parte ‘obbligatoria’ che regolamenta inquadramento, orario del lavoro e le modalità con le quali si presta il lavoro in fabbrica. E una parte retributiva, che definisce i livelli di salario”. La contrattazione integrativa, introdotta all’inizio degli anni Novanta, allo scopo di favorire recuperi di produttività e relazioni industriali più responsabili, “ha finito con l’essere un costo aggiuntivo per le imprese piuttosto che un reale strumento per governare gli andamenti di produttività e di retribuzione. Inoltre, come dimostra l’attuale confronto fra Confindustria e sindacati, gli aumenti retributivi concessi negli ultimi anni sulla base dell’inflazione programmata, che si è dimostrata assolutamente più alta di quella reale, vengono dati per acquisiti e intoccabili, generando un’ulteriore perdita di produttività, un ulteriore aumento del Clup. La questione, in realtà, non è solo il livello di salario da corrispondere ai lavoratori ma come renderlo realmente adeguato ai recuperi di produttività senza i quali il sistema produttivo non è in grado di competere. Consapevoli tutti che abbiamo uno stock importante di non produttività da recuperare”. Da un lato, quindi, “bisogna andare verso la contrattazione aziendale, perché è a quel livello che si riesce a misurare la produttività stessa e a legarla agli andamenti retributivi”, spiega l’imprenditore. Ma nel farlo “bisogna intervenire al tempo stesso su una serie infinita di rigidità e di vincoli che incidono sulle imprese, con le tante inefficienze generate dalle cosiddette ‘parti obbligatorie’ contenute nei contratti nazionali che nulla hanno a che vedere con la retribuzione dei lavoratori ma tanto hanno a che fare con il Clup e generano soltanto extra costi, extra rigidità ed extra conflittualità”.

 

Per quanto riguarda le piccole imprese, aggiunge D’Amato, “il contratto di categoria può ancora essere un punto di riferimento, soprattutto in considerazione della dimensione micro nella quale c’è meno uso alle relazioni industriali. Ma a questo punto bisogna scegliere. O contratto nazionale, dove sono definiti i livelli retributivi e le modalità minime per l’esercizio del lavoro in azienda, con parti normative più snelle e più flessibili di quelle che abbiamo oggi.  O contratti aziendali dove retribuzioni e regole sono tutte concordate fra le parti. Tutto questo nel presupposto che in un paese civile come il nostro la dignità dei lavoratori venga tutelata dalla definizione di un salario minimo e i diritti fondamentali vengano salvaguardati dalle norme di legge”.

 

Una delle critiche di chi si oppone a questo approccio è che la contrattazione aziendale è soltanto un tentativo di indebolire la controparte sindacale, andando così verso un generalizzato impoverimento dei lavoratori. “No, non è così – replica D’Amato – La contrattazione aziendale, negli Stati Uniti come in Gran Bretagna o in Germania, seppure con le differenze tra i diversi modelli, ha permesso di dare di più nei momenti di sviluppo, ma anche di fare sacrifici nei momenti di crisi”. Maurizio Landini, segretario generale della Fiom-Cgil, ha appena presentato una piattaforma per negoziare il contratto metalmeccanico con la quale dice d’ispirarsi al modello tedesco. “Sento citare sempre più spesso la Germania anche da chi in Germania non c’è mai andato o, se vi è andato, non vi ha mai operato. In quel sistema c’è una flessibilità nella contrattazione molto maggiore della nostra. Lì, per esempio, sono numerosi i casi in cui si sono ottenuti incrementi nell’orario di lavoro, a parità di salario, per ridurre il costo unitario del lavoro e consentire alle imprese, minacciate dai paesi dell’Europa dell’Est, di continuare a mantenere i livelli occupazionali e incrementarli. Noi stessi, nella nostra azienda in Germania, abbiamo realizzato con i sindacati accordi di questa natura per sviluppare investimenti e occupazione”.

 

D’Amato, che è presidente della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, precisa che in quei paesi dove la contrattazione aziendale è di casa e prevale su quella nazionale, in fabbrica “non si discute soltanto di soldi, ma soprattutto di produttività e di flessibilità nell’organizzazione del lavoro. Un po’ come prevedeva il tanto vituperato articolo 8 del decreto Sacconi dell’estate 2011. E come poi è successo negli stabilimenti della Fiat che, senza la svolta degli ultimi anni oggi, rischierebbe di non essere più presente in Italia.  Questi sistemi paese sono quelli che hanno retto meglio alla crisi e hanno continuato a mantenere i livelli di crescita del pil e dell’occupazione. Questo, però, presuppone maturità e responsabilità fra le parti sociali, che devono superare la logica egoistica e corporativa di difendere la propria ragione di esistere: negotio ergo sum”.

 

Ancora domenica, in una intervista alla Stampa, il responsabile Economia del Pd, Filippo Taddei, ha detto che il governo “è rispettoso dell’autonomia” delle parti sociali, che si attende da loro la messa in piedi di “un sistema contrattuale più vicino alla produzione e ai lavoratori”, ma ha aggiunto che se le stesse "non possono o non vogliono assumersi questa responsabilità, il paese deve andare avanti e la politica farà quello che deve fare”. Chiediamo a D’Amato se sia favorevole a un intervento legislativo in materia, vuoi con la modifica dell’articolo 19 sull’elezione dei rappresentanti in fabbrica, vuoi con l’introduzione del salario minimo legale, tanto temuto anche da Confindustria e Cisl. “Negli altri paesi civili, dove la dignità del lavoratore non è messa in discussione, si stabiliscono per legge un minimo salariale e alcune tutele fondamentali del lavoratore. Il resto è tutto definito nella contrattazione delle parti”, dice. E’ favorevole dunque al salario minimo legale? “Preferirei che le parti sociali si accordassero, ma in assenza di un’intesa il governo deve procedere. D’altronde il salario minimo è coerente con la logica costituzionale e con quello che accade nel resto del mondo con il quale ci misuriamo. Se le parti sociali non sono in grado, bisogna andare avanti. Per i veti corporativi, in questo mondo, non c’è più spazio.  E ne sono convinto fin dai primissimi giorni della mia presidenza di Confindustria”. 

 

Eppure qualcosa è cambiato, complice anche lo stato di crisi che coglie la rappresentanza di lavoratori e imprenditori. “Dobbiamo cogliere questo momento, questo dibattito che si è aperto, per ridisegnare una volta per tutte le nostre relazioni industriali. Oggi i quadri nazionali delle rappresentanze sindacali, e non solo quelle dei lavoratori, sembrano esistere sulla scena pubblica soltanto in quanto contrattano. La concertazione dunque è diventata una sorta di assicurazione sulla vita, per questo la difendono nelle sue varie forme. Ma non si può continuare così”. Il tasso di sindacalizzazione della vita economica e politica italiana è “patologico”. “In nessun altro paese del mondo esiste una presenza così pervasiva e bloccante come in Italia del sindacato. Non si parla più di ‘pansindacalismo’ ma in realtà noi non siamo mai usciti da quella cultura. Per riportare tutto a un livello più fisiologico, in una democrazia parlamentare, dove spetta ai partiti la rappresentanza degli interessi più generali e a un governo il ruolo e la responsabilità di decidere, alle parti sociali compete un ruolo di critica e di proposta ma non certamente di veto e di blocco corporativo”.

 

Come giudica la leadership di Viale dell’Astronomia? D’Amato fa notare che il caos sul decreto Sacconi e sull’affaire Marchionne non è avvenuto sotto l’attuale presidenza. Sottinteso: quella fu gestione di Emma Marcegaglia. “Mi pare che Squinzi stia ponendo sul tavolo il problema della contrattazione in modo giusto. E’ importante il vissuto delle persone, e Squinzi è un imprenditore di grandi capacità, oltre che abituato nel suo settore, quello chimico, a dialogare in maniera sana con i sindacati. Se perfino Squinzi ha perso la pazienza, abbiamo l’ennesima conferma che un certo sindacato agisce ormai come una monade isolata dalla realtà. Questo sindacato guarda ancora con nostalgia alla fine degli anni 60, all’autunno caldo, ma da allora non sono passati soltanto 50 anni. Il mondo è anche cambiato in maniera profonda e continua a cambiare con accelerazioni violente, nella conoscenza, nella tecnologia, nei modelli culturali e di consumo, nelle stesse dinamiche sociali. Perciò dico che non bisogna farsi condizionare da chi pretende di svolgere un ruolo di rappresentanza dei lavoratori solo per giustificare la propria esistenza”. 

 

Il presidente di Seda compie quindi una retrospettiva di tipo politico, convinto che essa contenga lezioni utili per l’oggi. “E’ un peccato che all’inizio degli anni 2000 non si riuscì a fare tesoro, tra le altre cose, di una posizione di netta discontinuità della Confindustria, quando rompemmo con la consueta e consunta logica consociativa dicendo ‘gli accordi si fanno con chi ci sta’. Perché quell’opportunità fu sprecata è più complesso da spiegare”, ricorda D’Amato che da presidente di Confindustria ebbe a che fare prima con il governo di centrosinistra guidato da Giuliano Amato fino al maggio 2001, poi con il governo di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi nella seconda parte del suo mandato. “Durante il governo Amato con cui mi confrontai da presidente degli industriali, il veto incrollabile alle riforme fu quello posto dalla Cgil, che d’altronde esprimeva anche il ministro del Lavoro, Cesare Salvi. Perfino il recepimento di una direttiva europea, quella sul lavoro a tempo determinato, fu ostinatamente rinviato, di fronte ai veti della Cgil, dimostrando così in maniera emblematica la resistenza tenace ad ogni innovazione nel mercato del lavoro”. Poi arrivò il governo di centrodestra di Berlusconi, “con una impostazione totalmente differente, almeno sulla carta. Anche se non fu possibile portare fino in fondo il nostro progetto di riforma che si fondava su un trittico di pensioni, lavoro e fisco. Purtroppo su queste riforme pesarono negativamente le posizioni consociative della destra sociale, della Lega Nord e di un blocco vetero-democristiano – dice D’Amato – Questa deriva consociativa non solo depotenziò l’iniziale spinta riformista del governo Berlusconi ma mortificò le più coraggiose spinte riformiste che anche nel sindacato si andavano manifestando, superando il tabù dell’unità sindacale. Cisl e Uil, negando il diritto di veto della Cgil, si erano aperte a un confronto più innovativo sulle riforme necessarie a rilanciare occupazione e sviluppo”. L’effetto-freno, però, non venne solo dalla politica o dal sindacato più conservatore: “Anche nel sistema imprenditoriale, i cosiddetti poteri forti di allora, non riuscivano a superare la logica consociativa e di scambio su cui si era retto il paese dagli anni di piombo in poi. In più, ben noti gruppi editoriali, caratterizzati da una fiera opposizione contro qualunque cosa facesse il governo Berlusconi, indipendentemente dal merito e negando anche le proprie originarie e presunte aspirazioni riformistiche contribuirono, con una strenua difesa delle posizioni conservatrici del blocco Cgil, a creare un clima di forte opposizione a ogni innovazione in materia di lavoro. In quel clima si consumarono gli scontri sulla riforma delle pensioni, del mercato del lavoro e della legge Biagi. Ci fu un confronto forte ma finalmente il processo iniziò. A fronte della riforma delle pensioni e del mercato del lavoro, la Confindustria si impegnò a chiudere con la stagione dei prepensionamenti, nella prospettiva di introdurre, oltre alla flessibilità anche nuovi ammortizzatori sociali. Fu approvata la Legge Biagi, e purtroppo fu ucciso Marco Biagi. Le resistenze al cambiamento erano radicate e trasversali. Infatti le svolte su lavoro e pensioni, chiuso il mio ciclo in Confindustria, furono abbandonate. Cadde la modifica dell’articolo 18, tornarono i prepensionamenti e dopo un po’ arrivò anche la controriforma Prodi sulle pensioni”.

 

[**Video_box_2**]Facciamo un salto all’oggi, oltre un decennio dopo: “Finalmente il governo Renzi, con il Jobs Act, ha modificato l’articolo 18 in una direzione più flessibile e moderna”. Allora si sarebbe mai immaginato che un governo di centro-sinistra potesse riprendere esattamente quei temi, cioè il superamento dell’articolo 18 e adesso la contrattazione aziendale? “Più che di sinistra è un governo che ha, finalmente, una forte vocazione riformista e liberale”, dice D’Amato, che poi subito precisa: “Piuttosto lo definirei un governo post-ideologico, che tende a valutare riforme importanti nel merito, senza preconcetti, come accaduto sull’articolo 18. Certo, alcune delle riforme in corso d’approvazione hanno bisogno di più riflessione e approfondimento proprio nel merito”. Ma per l’ex presidente di Confindustria non c’è soltanto Renzi dietro l’improvvisa accelerazione del dibattito sulla modernizzazione delle relazioni industriali: “Non va sottovalutato il cambiamento intervenuto in Fiat, specie a partire dal 2010. Un cambiamento indotto dal mercato, perché a un certo punto per la Casa torinese non sono state più accessibili né compensazioni esterne né interne ai confini italiani. Perciò è stata costretta a cambiare come indicato da Marchionne. Tutto ciò, seguito dalla rumorosa uscita dalla Confindustria, ha rotto una sorta di paralisi nel mondo industriale che ufficialmente inseguiva a tutti i costi il dialogo con il sindacato, anche quando il sindacato tutto voleva tranne che il dialogo. Tale ricerca spasmodica di dialogo è diventato l’equivalente del politically correct nelle nostre relazioni industriali, e la crisi generata dalla Fiat lo ha finalmente scalfito, ridando legittimità e spazio a tanti imprenditori che certe istanze innovatrici le hanno perseguite da anni”. Marchionne ha fatto saltare un tappo, insomma, e Renzi si sta per il momento dimostrando abile a non lasciare che tutto si richiuda nuovamente. “Certo, comunque vada a finire resta una domanda alla quale non ci si può sottrarre: quanto ci sono costati questi 15 anni di attesa, in termini di occupazione mancata, di iniquità sociali, di occasioni imprenditoriali perse? Quanto? Per evitare che tra 5 o 15 anni staremo qui a farci la stessa domanda, ho solo un suggerimento per il governo: lasciare uno spazio di confronto alle parti sociali è sacrosanto, ma l’esecutivo non accetti più veti. Contrattazione aziendale o salario minimo legale, se le parti non si accordano, perché il governo ha il dovere di governare”.

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