Cosa è davvero in gioco nella disputa tra Confindustria e sindacati sui contratti aziendali

Per gli industriali, la quota dei profitti nell’industria italiana è stata decurtata da una dinamica retributiva disallineata da quella della produttività, per colpa del prevalere del contratto collettivo nazionale. E’ attorno alle fette di una torta chiamata “valore aggiunto” che si giocherà dunque la partita della contrattazione aziendale. 
Cosa è davvero in gioco nella disputa tra Confindustria e sindacati sui contratti aziendali

Oggi, come ogni lunedì, è andata in onda "Oikonomia", la mia rubrica su Radio Radicale. Qui trovate l'audio, di seguito invece il testo.

 

La scorsa settimana il presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, ha detto che non vede più margini di trattativa con il sindacato dei lavoratori a proposito delle nuove regole sulla contrattazione, in particolare quelle necessarie ad andare più speditamente verso la contrattazione aziendale. A questo punto, in mancanza di un’intesa autonoma fra Confindustria e sindacati, il governo fa sapere di essere pronto a intervenire con una legislazione ad hoc per raggiungere i suoi scopi. Si vedrà come, ma intanto sul tavolo ci sono ipotesi come la modifica dell’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori o l’introduzione di un salario orario minimo legale.

 

Alla base della decisione di Squinzi di rendere pubblici i motivi d’insoddisfazione sui pourparler con i sindacati ci saranno forse ragioni di tattica e strategia politica e comunicativa. Ma alla base della distanza effettiva fra le posizioni dei rappresentanti degli industriali e quelli dei lavoratori ci sono anche ragioni economiche piuttosto evidenti. Alcune di queste, per esempio, sono contenute nell’ultima nota del Centro Studi di Confindustria, intitolata “In Italia i salari reali aumentati più della produttività e al lavoro una percentuale record del pil” e pubblicata proprio a poche ore dalle dichiarazioni di rottura di Squinzi. In quel documento, per sottolineare la necessaria riforma della contrattazione, si mettono in fila alcuni numeri che dimostrerebbero la scarsa aderenza degli aumenti salariali a quelli della produttività.

 

Il Centro studi di Confindustria scrive fra l’altro che “in Italia il potere d’acquisto delle buste paga è migliorato tra il 2000 e il 2014. Le retribuzioni lorde per unità di lavoro sono aumentate del 6,5% più dell’incremento dei prezzi al consumo, con una variazione media annua dello 0,5%. Nel solo manifatturiero sono salite del 17,6% reale, +1,2% annuo. Incrementi ben superiori a quelli registrati dalla produttività. L’ultima tornata contrattuale ha determinando nel settore manifatturiero una crescita delle retribuzioni reali pari al 4,6% nel triennio 2013-15, essendosi basata su previsioni di inflazione che si sono rivelate molto più alte di quella effettiva. A regime l’extra-costo annuo per le imprese è di 4,1 miliardi e comporta una netta riduzione della competitività, che indebolisce i bilanci aziendali e abbassa il PIL e l’occupazione. Secondo le regole stabilite dai contratti stessi, lo scostamento tra inflazione prevista e inflazione effettiva andrebbe recuperato. Questo è un nodo che i prossimi rinnovi devono affrontare. In futuro le dinamiche retributive andranno maggiormente legate alla produttività”.

 

Alla Cgil, secondo cui la contrattazione aziendale non potrà che ingenerare un impoverimento dei lavoratori, la Confindustria risponde utilizzando un concetto basilare dell’economia come il “valore aggiunto”. Quest’ultimo, in generale, è pari alla differenza tra il valore dei beni o servizi prodotti da un certo ente o sistema produttivo e il valore dei beni e servizi che quello stesso sistema produttivo acquisisce dall’esterno. Diciamo che il valore aggiunto è la differenza tra output produttivi e input necessari alla produzione. Da qui il suo nome: esso rappresenta infatti il valore che i fattori produttivi utilizzati dall’impresa, capitale e lavoro, hanno “aggiunto” agli input acquistati dall’esterno, in modo da ottenere una data produzione. Come calcolare la quota di valore aggiunto dovuta al lavoro e quella dovuta al capitale? Il valore aggiunto di un settore industriale, come abbiamo detto, è uguale ai ricavi di quel settore al netto delle spese per i beni e servizi intermedi. La quota riconducibile al fattore lavoro è pari al rapporto tra il costo totale del lavoro – composto da retribuzioni lorde, contributi sociali a carico delle imprese e altri oneri da  esse sostenuti (per esempio: forme  di  welfare  aziendale) – e lo stesso  valore  aggiunto. La quota  del  capitale  si ricava  come  residuo  di  quella  del  lavoro. Il fatto che il valore aggiunto di un settore industriale, per esempio, possa essere suddiviso tra quello che è generato dal capitale e quello che è generato dal lavoro, fa sì che la quota di valore aggiunto costituisca anche l’indicatore principale per determinare se la distribuzione del reddito in un certo periodo sia andata a favore del lavoro o del capitale.

 

Capito ciò, si comprende meglio cosa intende la Confindustria quando scrive che “il sostenuto andamento delle retribuzioni in Italia ha spinto in alto la quota del valore aggiunto che va al lavoro, tanto che essa è tornata ai picchi storici di metà anni Settanta. Nel manifatturiero è arrivata al 74,3% nel 2014 (74,2% nel 1975)”, e “ciò ha causato una forte erosione dei margini di profitto che scoraggia gli investimenti, il cui minor livello indebolisce la crescita, anche futura”. Per gli industriali, in definitiva, la quota dei profitti nell’industria italiana è stata decurtata da una dinamica retributiva disallineata da quella della produttività, soprattutto per colpa del prevalere di certe rigidità del contratto collettivo nazionale. E’ attorno alle fette di una torta chiamata “valore aggiunto” che si giocherà dunque la partita della contrattazione aziendale. 

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