La povertà estrema arretra come non mai. "La migliore storia contemporanea", secondo la Banca mondiale

Per la prima volta la proporzione di popolazione planetaria che vive in condizioni di estrema povertà scenderà entro il 2015 sotto la soglia del 10 per cento del totale
La povertà estrema arretra come non mai. "La migliore storia contemporanea", secondo la Banca mondiale

“Siamo la prima generazione nella Storia che ha la possibilità di porre termine alla povertà estrema”. Nel dibattito se la globalizzazione faccia bene o male, e anche in controluce alle tesi dell'economista-star Thomas Piketty sull’aumento delle distanze tra ricchi e poveri, è il presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, a presentare un rapporto da cui risulta che per la prima volta la proporzione di popolazione planetaria che vive in condizioni di estrema povertà scenderà entro la fine di quest’anno sotto la soglia del 10 per cento del totale. “E' la migliore storia del mondo contemporaneo”, ha detto Jim Yong Kim.

 

Il rapporto è stato preparato nell’occasione di quel Vertice di Lima che per una settimana, fino al 12 ottobre, riunisce nella capitale peruviana i ministri delle Finanze e presidenti delle Banche centrali di 188 paesi, assieme a manager privati e accademici. La notizia è tanto più notevole in quanto nel contempo la Banca Mondiale ha “rivalutato” la “linea internazionale di povertà”, portandola dal sotto il reddito di 1,25 dollari al giorno a sotto il reddito di 1,90 dollari, per mantenere la parità di potere di acquisto anche con la sopravvenuta inflazione. Nel 2012, in particolare, erano 902 milioni le persone che vivevano con meno di 1,25 dollari al giorno: il 12,8 per cento della popolazione della Terra. Adesso sarebbero invece in 702 milioni a vivere con meno di 1,90 dollari al giorno: il 9,6 per cento.

 

La Banca Mondiale afferma dunque che si è sulla via giusta per raggiungere l’obiettivo della fine della povertà estrema entro il 2030, anche se non è che si tratti di un percorso proprio senza più ostacoli. Secondo Jim Yong Kim, il miglioramento è dovuto soprattutto agli alti tassi di crescita nei paesi in via di sviluppo, che hanno permesso un più forte investimento in educazione, sanità e spesa sociale in genere. Ovvero, prima si cresce, e poi si può redistribuire. Proprio il Perù, paese anfitrione del Vertice, è stato lodato dal presidente della Banca Mondiale per il modo in cui è riuscito appunto a far andare crescita e spesa sociale di pari passo, rafforzando nel contempo il ceto medio. Insomma, un Paese modello. Dove, senza le chiassate propagandistiche di altri paesi latino-americani, il pil è aumentato del 2,35 per cento nel 2014 e crescerà del 3 per cento nel 2015, mentre quel coefficiente di Gini che misura l’ineguaglianza è migliorato, passando da 0,49 a 0,44. La stessa povertà tra 2001 e 2014 è scesa dal 54,8 al 22,7 per cento della popolazione.

 

[**Video_box_2**]Tuttavia, a livello mondiale, secondo Kim continuare ad avanzare potrebbe essere “straordinariamente duro, specie in periodi di crescita globale più lenta, mercati finanziari volatili, conflitti, con disoccupazione giovanile, e l’impatto crescente del cambiamento climatico”. In particolare, le forme della povertà evolvono e si radicano in determinate aree geografiche. La metà dei “poveri estremi” di oggi vive infatti in Africa, e un altro 12 per cento nell’Asia Orientale. La Banca Mondiale nota inoltre che i paesi più vulnerabili appaiono concentrati in due categorie: quelli che sono sconvolti da conflitti e quelli che sono troppo dipendenti dall’export di materie prime. Nell’uno e nell’altro caso, comunque, il problema non è la globalizzazione, ma la sua scarsità o mancanza assoluta. Comunque, anche nell’Africa Sub-sahariana la povertà estrema tra 2012 e 2015 è drasticamente diminuita: dal 42,6 al 35,2 per cento della popolazione. Un dato interessante è anche il modo in cui la stessa geografia della povertà è stata cambiata dall’impetuoso sviluppo asiatico. Nel 1990, infatti, era l’Asia Orientale a rappresentare la metà della povertà estrema mondiale, contro il 12 per cento dell’Africa subsahariana.

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