Quando l'Europa anarchica (e feudale) diede i natali al capitalismo

Uno degli autori che più utilmente si sono cimentati nel tentativo di dare una spiegazione al “miracolo europeo” è Jean Baechler, accademico di Francia e professore emerito di Sociologia alla Sorbona. Con “Le origini del capitalismo” (1971), è considerato il capostipite di quei pensatori che hanno enfatizzato i fattori “istituzionali” e non “economici” della nascita del sistema capitalistico.
Quando l'Europa anarchica (e feudale) diede i natali al capitalismo

Oggi, come ogni lunedì, è andata in onda "Oikonomia", la mia rubrica su Radio Radicale. Qui potete trovare l'audio (dura solo 5 minuti, a partire dal minuto 35:40), di seguito invece il testo (con link).

 

Ernest Gellner, filosofo, antropologo e sociologo inglese di origine cecoslovacca, scomparso nel 1995, disse una volta che “forse l’assenza di cambiamenti fondamentali non richiede alcuna particolare spiegazione; soltanto il miracolo europeo la esige”. Perché l'occidente è diventato ricco? Perché il capitalismo, con la sua vocazione espansiva e i suoi effetti contagiosi, è nato nel nostro continente e non invece altrove? Uno degli autori che più utilmente si sono cimentati con tale tentativo di dare una spiegazione al “miracolo europeo” è certamente Jean Baechler, accademico di Francia e professore emerito di Sociologia alla Sorbona, che oggi pomeriggio sarà a Torino, in Italia, per una conferenza pubblica organizzata dall’Istituto Bruno Leoni. Baechler, autore nel 1971 del libro “Le origini del capitalismo”, è considerato il capostipite di quei pensatori che hanno enfatizzato i fattori “istituzionali” e non “economici” della nascita del sistema capitalistico.

 

Per utilizzare una sintesi dello stesso Baechler, “l’espansione del capitalismo ha la sua origine e la sua ragion d’essere nell’anarchia feudale”. Cosa intendeva l’autore per “capitalismo”? Secondo lo studioso francese, questo è un sistema sociale che “si dedica agli esperimenti, quasi pretendesse di percorrere tutto il campo del possibile aperto all’avventura umana”. Specificano Luigi Marco Bassani e Alberto Mingardi nella prefazione alla nuova edizione del libro: “Non è l’abbondanza di capitale che caratterizza il sistema capitalistico: non c’è, del resto, meno accumulazione di capitale nelle grandiose sale della Reggia di Caserta di quanta ce ne fosse nelle opere di canalizzazione inglesi. Ma si tratta di un diverso impiego dei capitali”. Il sociologo italiano Luciano Pellicani, uno dei primi e più originali studiosi del tema nel nostro paese, ha definito non a caso il capitalismo come “un sistema economico dinamico – rectius: autopropulsivo – aperto e in continua trasformazione, alla ricerca frenetica di nuovi campi di azione – vale a dire di nuovi mercati -, quindi l’esatto contrario dell’economia autarchica (o naturale), gestita come un oikos e basata sul principio della corrispondenza fra produzione e consumo”.

 

Nei primi anni 70 - sempre per citare Bassani e Mingardi - le spiegazioni che andavano per la maggiore erano ben altre. In una fortunata antologia del 1974, curata da Alessandro Cavalli, la carrellata delle opinioni sulle origini del capitalismo non comprendeva alcuna ipotesi storiografica neanche latamente di carattere politico. Da Marx a Weber, a Brentano, Sombart, Simmel, Schumpeter e molti altri ancora, tutte le spiegazioni avevano l’ambizione di concentrarsi sui ‘rapporti economici’ o su influenze spirituali e culturali. L’allievo di Raymond Aron, invece, rispose in modo davvero originale al quesito che lui stesso articolava con le seguenti parole: “Perché si è verificato questo fenomeno che da secoli regge i destini dell’Occidente e in futuro reggerà i destini dell’umanità”.

 

Karl Marx aveva spiegato la genesi del capitalismo supponendo “una accumulazione originaria precedente l’accumulazione capitalistica: una accumulazione che non è il risultato, ma il punto di partenza del modo di produzione capitalistico”. Alla base di tutto ciò c’era “il potere dello Stato, violenza concentrata e organizzata della sovietà, per formentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzione capitalistico e per accorciarne i passaggi”. Tra le non poche contraddizioni di questa analisi, c’è il fatto di attribuire allo Stato il valore di variabile indipendente, dopo averlo per anni ridotto invece a mera conseguenza delle relazioni fra proprietari dei fattori di produzione e produttori diretti. Werner Sombart individua, al posto delle “classi” sociali, gli eretici, gli stranieri e gli ebrei come “forze motrici” del capitalismo europeo. Per Lujo Brentano il “miracolo europeo” è figlio della guerra intestina al continente, con i suoi sconvolgimenti sociali ed economici. Max Weber, indagando sul nesso tra etica protestante e spirito del capitalismo, è il primo invece a ricorrere a una ipotesi esplicativa di natura “culturale”.

 

Baechler, quando scrive che “l’espansione del capitalismo ha la sua origine e la sua ragion d’essere nell’anarchia feudale”, adotta invece un approccio istituzionale. Da una parte sottilinea infatti “la comparsa di città che, gradualmente private di ogni attività politica e militare, costringono la borghesia a dedicarsi esclusivamente alle attività economiche”. Dall’altra scrive che “il carattere più notevole e, sotto molti aspetti, il più ricco di conseguenze della storia europea è negativo: l’Europa non è mai stata riunita in un impero”. Ergo, ciò che ha caratterizzato l’esistenza storica dell’Europa a partire dall’XI secolo è stata “la tensione permanente fra la Società civile e lo Stato”. La frammentazione del potere politico, dunque, ha consentito lo sviluppo quanto più libero e concorrenziale dell’iniziativa economica privata. Una tesi, quella di Baechler, che si può provare anche “a contrario”, studiando la parabola di società vicine alle nostre, come quelle mediorientali e di fede islamica, cadute invece vittime, grossomodo in contemporanea con il nostro feudalesimo, della “trappola dispotica”. Ma su questo tornerò nella prossima puntata.

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