Un’altra Grecia senza Tsipras è possibile. Guardate il Portogallo

I dati economici e il processo di riforme di Lisbona sono positivi
Un’altra Grecia senza Tsipras è possibile. Guardate il Portogallo

Il premier portoghese Pedro Passos Coelho (foto LaPresse)

Bruxelles. Il premier portoghese, il conservatore Pedro Passos Coelho, il 4 ottobre potrebbe dimostrare che un’altra Grecia senza Alexis Tsipras era possibile. A meno di due settimane dalle elezioni politiche, secondo un sondaggio di Intercampus, la coalizione di centrodestra guidata da Coelho ha superato il Partito socialista di Antonio Costa: 32,1 per cento per l’alleanza “Portogallo Avanti” (che raggruppa il Partito socialdemocratico e il Partito popolare, entrambi di centrodestra) contro il 28,6 per cento della principale formazione dell’opposizione. Altre ricerche invitano a maggiore prudenza: il risultato del voto portoghese è “too close to call”. Ma secondo l’analista Antonio Costa Pinto, sta emergendo una chiara tendenza: “Parte dell’elettorato che era scontento dell’austerità sta tornando” verso i conservatori, “perché è sensibile alle loro dichiarazioni sul fatto che i socialisti potrebbero portare il paese alla bancarotta”. Coelho potrebbe così diventare il primo leader europeo a essere confermato dopo aver applicato la cura di austerità e riforme della troika.

 

“Se manteniamo la rotta che abbiamo seguito finora, non avremo più bisogno di altri salvataggi”, ha spiegato Coelho in un dibattito con Costa: “I governi responsabili non possono continuare a promettere alla gente ciò che la realtà non permetterà loro di fare”. La rotta non è stata semplice da imboccare, né facile da mantenere: tagli a salari e pensioni, aumenti di tasse e riduzione dei servizi pubblici erano tra le condizioni del programma di assistenza finanziaria da 78 miliardi di euro concesso nel 2011, quando il Portogallo rischiava l’insolvenza. Il governo conservatore ha dovuto superare numerosi ostacoli: manifestazioni anti austerità nelle strade di Lisbona; diverse sentenze della Corte costituzionale su pensioni e settore pubblico che lo hanno costretto a improvvise manovre correttive; una crisi politica nel 2013, quando gli allora due pesi massimi del Partito popolare diedero le dimissioni in polemica con le politiche pro troika. Ma alla fine, a forza di perseverare, riforme e tagli al pubblico hanno portato i frutti economici, che per Coelho si potrebbero trasformare in frutti politici.

 

Certo, i tassi di crescita del Portogallo non sono brillanti come quelli dell’Irlanda: 1,6 per cento quest’anno e 1,8 il prossimo, contro il 3,6 e il 3,5 della ritrovata Tigre celtica, secondo le ultime stime della Commissione. L’annullamento della vendita di Novo Banco (la good bank nata dalle rovine del Banco Espírito Santo che aveva beneficiato di 4,9 miliardi di aiuti pubblici) ieri ha costretto Lisbona a rivedere le cifre del deficit del 2014 al rialzo: dal 4,5 al 7,5 per cento. Ma le agenzie di rating hanno dichiarato la fine dell’emergenza finanziaria (venerdì Standard&Poors ha rialzato la notazione a BB+). La disoccupazione dovrebbe passare dal 13,1 per cento del 2013 al 9,6 per cento nel 2015. Il debito pubblico dovrebbe scendere vicino alla soglia del 100 per cento del pil nel 2016. E, contrariamente alla Grecia, il Portogallo si è liberato (in anticipo) della troika.

 

[**Video_box_2**]Costa potrebbe potrebbe aver sbagliato nel cercare di emulare il leader di Syriza. In gennaio il leader socialista aveva salutato la vittoria di Tsipras, promettendo una battaglia comune contro l’ortodossia della zona euro. Le sue posizioni anti austerità hanno permesso di contenere la crescita dei comunisti e del Blocco di sinistra (il partito associato a Syriza e Podemos). Ma dopo essere stato costantemente in testa nei sondaggi, Costa è costretto a moderare i toni e immaginare una grande coalizione con i conservatori. In un dibattito tv Coelho ha avuto gioco facile a accusare il suo contendente socialista di “demagogia” per la promessa di rispettare le regole europee e, al contempo, ridurre le tasse e aumentare la spesa. Per Standard&Poors, “indipendentemente dall’esito” del voto ci sarà “continuità” sulle politiche di riforma e consolidamento di bilancio.

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