Poca economia, troppi politicismi. Perciò Renzi opta per una manovra espansiva

Il ricorso al disavanzo e l’ennesimo rinvio del pareggio di bilancio non hanno nulla a che fare né con il rigore né con la crescita: è semplicemente la politica che si riappropria di spazi indebiti
Poca economia, troppi politicismi. Perciò Renzi opta per una manovra espansiva

Matteo Renzi (foto LaPresse)

Al direttore - Un anno fa, in occasione della presentazione della Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def), il governo prese atto che il tasso di crescita del prodotto interno lordo sarebbe stato nel 2014 per oltre un punto percentuale inferiore a quello previsto nella primavera dello stesso anno. Comprensibilmente decise di allentare i cordoni della borsa aumentando di poco più di un punto percentuale il livello di indebitamento netto (e sfruttando appieno i margini concessi dal positivo andamento dello spread). A distanza di un anno, l’allentamento c’è stato e si è tradotto, in larga misura, in un aumento non marginale della spesa pubblica rispetto agli obiettivi iniziali.

 

A distanza di un anno, nella stessa occasione, il governo rivede questa volta in senso positivo (e per due decimi di punto) le previsioni di crescita del prodotto per il 2015 ma – in maniera, questa volta, assai poco comprensibile (e per convincersene si legga la premessa alla Nota di aggiornamento) – non cambia linea rispetto all’anno scorso e si prepara, nuovamente, ad allentare i cordoni della borsa (per quattro decimi di punto, se si fa riferimento ai livelli di indebitamento netto). Il tutto in presenza di un debito pubblico salito, nel frattempo, dal 132,1 per cento del prodotto di fine 2014 al 132,8 previsto per la fine del 2015.

 

Leggere la scelta del governo in termini esclusivamente economici è pressoché impossibile. Ora che le cose vanno meglio – e anzi, per fortuna, vanno anche meglio del previsto – ci si attenderebbe che si mettesse un po’ di fieno in cascina (che è poi quel che ci consiglia la Banca centrale europea). Invece no: si lascia lievitare il disavanzo nel 2016 dal previsto 1,8 per cento del pil al 2,2 per cento e un po’ meno negli anni successivi e, ovviamente, si rinvia ancora una volta il pareggio di bilancio di un anno (ormai non se ne parlerà prima del 2018). E’ una mossa al tempo stesso inutile e pericolosa. Inutile perché un esame delle proprietà del modello in base al quale, presumibilmente, il ministero dell’Economia prende le sue decisioni, porta immediatamente a concludere che una quota parte molto significativa dello stimolo alla domanda interna prodotto dal disavanzo aggiuntivo si trasformerà semplicemente in un accresciuto volume di importazioni (da cui consegue un contributo alla crescita che sarebbe generoso definire marginale). Che l’Italia debba aggiungere debito a debito per sostenere le esportazioni tedesche è, prima ancora che sbagliato, umoristico. Ma è una mossa anche pericolosa e non solo per le tante incertezze che ancora caratterizzano il quadro economico globale, ma anche perché le previsioni di inizio e di fine anno per il biennio 2014 e 2015 lasciano pensare che il governo stia avendo serie difficoltà a tenere sotto controllo tanto l’andamento delle entrate quanto (e soprattutto) l’andamento delle spese. Non è difficile immaginare che nel corso del 2016 l’evoluzione della spesa possa fare nuovamente la parte del leone – la discussione sulle pensioni è, da questo punto di vista, indicativa – vanificando ogni sforzo sul versante delle entrate. In questo contesto, sarebbe veramente sorprendente se la Commissione europea condividesse la proposta italiana e non la limasse – come c’è da augurarsi – tanto da neutralizzarla in tutto o in parte. Non è dunque ai manuali di economia che bisogna fare riferimento per capire quel che accade nella politica economica italiana, bensì ai manuali di public choice.

 

[**Video_box_2**]L’attuale governo rivendica con orgoglio la sua natura schiettamente politica. Non è un pregio e non è un difetto. E’ un dato di fatto. Ma è proprio dei politici a tutto tondo non rispondere necessariamente ad un generico interesse generale quanto piuttosto perseguire obiettivi più specifici, utilizzando, per esempio, il bilancio pubblico a fini di costruzione del consenso e di massimizzazione delle probabilità di rielezione. Non era e non è una novità, ma proprio perché era ben consapevole di questo aspetto, Luigi Einaudi provò a introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione. A tutela degli interessi dei contribuenti e dei cittadini, spesso e volentieri non coincidenti con gli interessi del politico di turno. Per lo stesso motivo, nel 2011 e su impulso dell’Unione europea, si cercò di ribadire quel concetto riformando l’articolo 81 della Costituzione. Non a caso, per gli oltre cinquant’anni successivi alla Costituzione del ’47 e poi nuovamente in occasione della riforma costituzionale del 2011 la politica italiana si è sforzata – e, indubbiamente, con grande successo – di svuotare il precetto einaudiano fino a fare dell’articolo 81, con la riforma del 2011, un vuoto simulacro. In questo senso, l’ennesimo crescente ricorso al disavanzo e l’ennesimo rinvio del pareggio di bilancio non hanno nulla a che fare né con il rigore né con la crescita: è semplicemente la politica che si riappropria di spazi indebiti (per di più inutilmente, nella situazione data) a spese di noi tutti che saremo chiamati – se non oggi, domani – a risponderne. Basta saperlo.

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