La politica (anti) industriale

Retrospettiva nell’agonia dell’Ilva. Per l’ex ministro Clini il peccato originale sta nell’incapacità dei governi di gestire ambiente e industria. Poi le spallate dei giudici. “Il risanamento dell’Ilva è stato un pretesto per un intervento pubblico e non un vero impegno. Non c’è logica, e nulla cambia”
La politica (anti) industriale

Acciaio a motori spenti

Gli errori nella gestione del rapporto tra ambiente e industria sgorgano non tanto e non solo dai provvedimenti dell’autorità giudiziaria, che sono una conseguenza di stratificate lacune politiche, quanto appunto dal malgoverno da parte della politica nazionale e locale degli interventi in materia ambientale e dalla decisiva incapacità delle autorità vigilanti di identificare con precisione i problemi e proporre le relative e puntuali soluzioni. Lo dice Corrado Clini parlando con il Foglio.

 

Clini rintraccia nella “pessima e storicamente carente” gestione pubblica delle questioni legate all’ambiente l’origine dei guai passati e non risolti dell’acciaieria di Taranto. Clini, già direttore del ministero dell’Ambiente (1991-2011), offre una critica dall’interno del dicastero da parte di chi l’ha diretto e in seguito gestito, in qualità di ministro dell’Ambiente, nominato dal governo Monti nel 2011, che tentò appunto di risolvere l’impasse derivata dal primo sequestro giudiziario a carico dello stabilimento siderurgico all’epoca più produttivo d’Italia e d’Europa. “E’ mancato sempre – è un’enorme carenza strutturale dell’Italia – un lavoro semplice e ordinato di identificazione delle sorgenti di rischio per la salute e per l’ambiente derivanti dagli impianti industriali, in particolare da quelli risalenti alla metà del secolo scorso. Impianti chimici, petroliferi e siderurgici, in gran parte realizzati e gestiti per decenni da imprese pubbliche, ai quali vanno aggiunti come a Taranto i cantieri navali della marina militare che hanno utilizzato quantità rilevanti di sostanze pericolose come l’amianto”. Quali sono i motivi? “Almeno tre. La mancanza di visione delle complesse relazioni tra industria e ambiente da parte delle autorità politiche – dai ministeri dell’Ambiente e Industria alle regioni e ai comuni – che non ha consentito di conciliare la competitività con la protezione dell’ambiente. E poi imprese e organizzazioni sindacali, largamente convergenti su obiettivi di breve periodo, poco attente all’evoluzione delle normative europee e degli standard internazionali sulla qualità dei processi produttivi. Ancora: la diffusa carenza di competenze tecniche adeguate delle strutture pubbliche di controllo (agenzie regionali, unità sanitarie locali), e in molti casi la loro dipendenza dal potere politico nazionale e locale, oppure dalla magistratura inquirente”. Da tutto questo, secondo Clini, dipende l’approccio “a geometria variabile” di tematiche che “avrebbero dovuto essere governate sulla base di dati certi e di procedure consolidate e omogenee nel paese”. Qui s’innesta il caso Ilva, dove per anni ci si è baloccati con l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), un provvedimento amministrativo concordato con l’azienda, per produrre acciaio con migliori tecnologie per l’ambiente. E’ in questa procedura che si manifestano tutte le carenze da lei citate. “Il capolavoro è l’Aia rilasciata congiuntamente dal ministro Prestigiacomo e dal presidente della Puglia Vendola nell’agosto del 2011, dopo 5 anni di istruttoria mentre la legge prevede al massimo 6 mesi. Aveva dentro tutto e il suo contrario perché doveva accontentare Vendola, l’impresa e i sindacati, e naturalmente le istanze ‘ambientaliste’, con prescrizioni contraddittorie e spesso strampalate. Prestigiacomo e Vendola brindarono al successo politico, l’impresa ottenne dal Tar della Puglia la sospensione degli effetti di prescrizioni impraticabili, e i cosiddetti ambientalisti furono legittimati dalla prevedibile decisione del Tar a contestare l’impresa e le autorità. Insomma, un gioco delle parti nel quale tutti gli interessi di breve periodo venivano garantiti in barba all’esigenza – prevista dalle direttive europee – della trasformazione tecnologica degli impianti anche per assicurare la competitività dell’impresa e la protezione del’ambiente”.

 

Bene, si è perso tempo. Poi è arrivato lei, incaricato di produrre una nuova Aia, quella che in teoria dovrebbe essere applicata da tre anni. Perché la ritiene diversa e perché pensa di avere cambiato l’antifona? “Ho cercato di spezzare questo gioco quando da ministro dell’Ambiente ho rifatto l’Aia. Ma andiamo con ordine. All’inizio del 2012 il procuratore di Taranto Franco Sebastio mi manda la perizia dei consulenti della procura con le sue considerazioni. Prendo la perizia, la confronto con l’Aia rilasciata da Prestigiacomo e rilevo che la procura – diversamente dall’Aia – ha individuato i nodi critici da affrontare per assicurare l’esercizio degli impianti coerentemente con le direttive europee. Scrivo a Vendola per comunicare che la procedura di autorizzazione andava riaperta e adeguata alle norme europee sull’uso delle migliori tecnologie disponibili e perché dovevano essere prese in considerazione le valutazioni della procura”. Ma nel frattempo, a luglio del 2012, c’è il sequestro degli impianti. “Con un passaggio singolare: la procura sulla base della perizia chiede l’incidente probatorio. Il giudice convoca le parti e chiede a Ilva di presentare le proprie controdeduzioni. Ilva aveva affidato la valutazione della perizia a esperti, che avevano formulato considerazioni in parte diverse da quelle della procura ma utili per una maggiore comprensione delle relazioni tra Ilva e ambiente a Taranto, anche considerando le altre possibili fonti di diverse patologie. Ma Ilva ha scelto di non portare all’esame dell’incidente probatorio le proprie controdeduzioni. Il risultato pratico è che le perizie sono diventate prove e di conseguenza è scattato il sequestro degli impianti”. Un errore di valutazione da parte della squadra di avvocati. E’ altresì noto, secondo fonti del Foglio, che ci sono state delle divergenze nella strategia dei legali infine rivelatesi fatali: gli avvocati avrebbero potuto presentare le perizie già vagliate dal Tar con sentenza favorevole all’Ilva e nulla c’era. Dunque, lei parla con Sebastio, informa Vendola dell’incombente conflitto, e arriva il primo sequestro. Non pensa che la magistratura sia intervenuta in medias res, non ha atteso un nuovo piano di risanamento? “Si trovava di fronte un’amministrazione scarsamente attiva nei confronti dell’azienda e quindi inadempiente al suo compito. Ha riempito uno spazio, come la legge dei gas: se l’amministrazione non gestisce, non dà indicazioni su come affrontare i problemi e risolverli, la magistratura fa quello che non fa l’amministrazione. Nella vicenda di Taranto questo è significativo perché se l’Aia avesse dato dei termini certi per risolvere i problemi forse l’accelerazione giudiziaria non ci sarebbe stata. Le amministrazioni invece l’hanno ‘covata’”.

 

Certo, la legge dei gas. Ma arrivano, sempre nel 2012, la sua Aia e provvedimenti giudiziari castranti per l’azienda. “Anche sulla base di un dialogo aperto con il procuratore Sebastio, in sei mesi ho completato la revisione dell’Aia dando risposte puntuali a gran parte delle problematiche sollevate dalla procura con prescrizioni e tempi di realizzazione precisi. Dopodiché chiedo all’Ilva se accetta le prescrizioni: se non accetta non sono in grado di fare altro che suggerire al governo di subentrare nella gestione. Se Riva accetta, cambia tutto. Riva ha accettato e il 15 novembre 2012 sottoscrisse l’impegno a rispettare tutte le prescrizioni, a ritirare tutti i ricorsi contro le amministrazioni e a investire 3 miliardi di euro nello stabilimento. Insomma, una solida svolta. Ma a quel punto si è manifestata in tutta la sua virulenza l’opposizione alla continuità produttiva dell’Ilva, con la decisione del gip di sequestrare il 26 novembre anche i prodotti finiti e stoccati in acciaieria, considerati corpo del reato, e la parte della lavorazione a freddo. Quella decisione uccideva Ilva, perché la rendeva inadempiente nei confronti dei clienti, la tagliava fuori dal mercato e congelava nei piazzali prodotti dal controvalore di 1 miliardo che avrebbe dovuto servire, nelle intenzioni dell’allora presidente Ilva, Bruno Ferrante, a finanziare la prima parte dei lavori di risanamento”.

 

Ed è scoppiato il conflitto aperto con il governo. Pensa che la procura tarantina fosse unita nella sua azione? “Devo dire che non ho mai parlato con Sebastio della decisione del gip Patrizia Todisco per cui non posso dire quale fosse la valutazione del procuratore. Ho avuto l’impressione che quell’evoluzione non fosse quella prevista o auspicata dal vertice della procura perché sostanzialmente l’obiettivo della procura era stato quello del risanamento. Il primo sequestro, quello dell’area a caldo, era quasi un atto dovuto. Il blocco dell’area a freddo e dei prodotti finiti invece non ha niente a che vedere con il risanamento: è un’altra storia, e significa la perdita dei clienti, del posizionamento sul mercato, l’anticamera della chiusura della fabbrica. E questo fa comodo ad altri. In una riunione a Bari alla presenza di tutte le amministrazioni locali, c’era anche Antonio Tajani, allora commissario all’Industria, dissi che la partita non è solo di Taranto e neppure solo italiana perché nel momento in cui il mercato dell’acciaio ha una contrazione è evidente che mettere fuori gioco un polo siderurgico come quello di Taranto dà vantaggio ai concorrenti europei. In Italia invece che risanare, si chiude”.

 

[**Video_box_2**]Nel frattempo il Parlamento approva il suo decreto legge pro risanamento e la Corte costituzionale annulla il provvedimento del gip. “Il gip però non dà immediatamente seguito alla sentenza della Corte, ci mette un po’. Intanto io finisco di fare il ministro e inizia la terza parte di questa storia. Ilva ha i prodotti finiti bloccati, è a corto di liquidità non riesce a recuperare il miliardo di euro nei piazzali, conferma l’impegno per l’Aia, ma contestualmente chiede che nell’arco dei 36 mesi previsti per il risanamento ci sia una rimodulazione degli interventi di ambientalizzazione. La direttiva europea e la legge italiana dicono che questo è logico, trattandosi di impianti complessi, per cui le variazioni su un vasto piano vanno comunicate. Quindi l’Ilva fa questa richiesta al ministero, alla regione, e questi si palleggiano la domanda per mesi e Ilva non sa se può rimodulare i piani o meno. Nel frattempo sono le stesse autorità a sollevare davanti alla magistratura, il caso dell’Ilva che non rispetta gli impegni che ha assunto con l’Aia. Questo in altri termini si chiama comma 22, un circolo vizioso”.

 

Se i Riva avevano dato disponibilità, come dice, perché non fare pagare loro il risanamento anziché incaricare lo stato? “Questo giochetto era funzionale a togliere ai Riva la gestione dell’impianto perché c’era una linea di cui Maurizio Landini, segretario Fiom, era grande portatore, come altri anche all’interno del Pd locale e nazionale, per la nazionalizzazione dell’Ilva. Viene commissariata dal governo Letta, e non so se lui era convinto dalla correttezza della decisione, ma sicuramente la pressione era molto forte”.

 

Qui però l’amministrazione pubblica, inadempiente per anni da diversi punti di vista, si incarica della gestione. Sono passati tre anni e della sua Aia non c’è prova concreta, non è attuata se non in percentuale minima. “Doveva essere in piedi o risanata, e invece adesso siamo qui a pensare che sia su un binario morto. Non c’è logica perché se l’obiettivo era il risanamento dovevi prenderlo come obiettivo vincolante per tutto il resto. Ma quell’obiettivo è stato un pretesto, non un impegno. Per cui queste iniziative, il sequestro, i soldi dei Riva, i commissari sono un pasticcio. Invece la preoccupazione prevalente è stata quella di far fuori la famiglia Riva da un lato, e di evitare dall’altro gli effetti sociali inevitabili della crisi dello stabilimento. Nel sottofondo c’è la cultura politica e sindacale delle Partecipazioni statali degli anni Settanta, con l’illusione che l’Italia si possa fare carico di 40-50 mila persone che ruotano attorno a questo sistema con finanziamenti pubblici. Chi paga? – si chiede Clini – Non è possibile pensare di fare di Taranto una specie di Sulcis, tenere in piedi un simulacro di un’attività che non esiste più. Questa roba non si può fare. O viene inserita in un progetto e comincia a essere attiva, competitiva e agguerrita o è una partita che continua a scivolare nel filone dell’assistenzialismo. Ma siccome non ci sono più le Partecipazioni statali, non abbiamo possibilità di fare debito, queste falle portano il rischio di un grave conflitto sociale che non nasce perché i magistrati vogliono chiudere l’Ilva ma origina dall’incapacità della politica”.

 

Scusi Clini, però il problema originario resta, il suo racconto lo dimostra ampiamente, ovvero che l’amministrazione pubblica non sa come gestire problemi ambientali connessi all’industria. Secondo lei la nuova legge sui reati ambientali, aggredisce il problema? Ride. “La legge ha colmato una lacuna legislativa evidente ma la metto giù così: la direttiva europea sul danno ambientale ha un obiettivo chiaro, cioè risanare i siti inquinati. Fino a oggi in Italia l’obiettivo è stato quello di recuperare soldi dalle imprese: le vertenze tra stato e imprese, mediate dalla magistratura, hanno avuto come uno degli effetti principali quello di portare a sequestri e transazioni, ma di risanamenti ne abbiamo visti ben pochi. Ecco la legge sugli ecoreati mette in evidenza l’obiettivo del risanamento, che però resta marginale: si preoccupa molto di colpire chi inquina ma non mette l’amministrazione e le imprese nelle condizioni di lavorare al risanamento. E risanare costa, è onerosissimo. Qualcuno deve farlo, dovrebbe farlo il privato. Così si rischia che non lo faccia nessuno”.

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