Vendetta newyorchese per Uber

La tecnologia crea concorrenza. Lezione di buon senso per l’Italia
Vendetta newyorchese per Uber

Pochi mesi fa il tribunale di Milano su ricorso dei tassisti dichiarava Uber (il servizio UberPop) illegale e chiudeva l’app in tutta Italia: “La mancanza di titoli autorizzativi – diceva il tribunale – comporta un vantaggio concorrenziale e uno sviamento di clientela indebito”. In pratica Uber è stata condannata per concorrenza sleale. Ma il concetto di concorrenza non è lo stesso in ogni parte del mondo: negli Stati Uniti ne hanno una diversa. A New York il giudice della Corte suprema del Queens Allan Weiss ha rigettato il ricorso presentato da diverse società di taxi che accusavano Uber di operare illegalmente, svalutando così il valore delle licenze [Qui gli atti giudiziari].

 

Le motivazioni con cui il giudice ha respinto il ricorso sono una lezione di diritto e di economia: “Le norme impediscono l’incremento di licenze taxi senza l’emanazione di una legge, ma non vietano di sviluppare nuove forme di trasporto che usano nuove tecnologie, nonostante risultano in forte concorrenza con i taxi. Anche se la velocità di una prenotazione via app può essere paragonabile alla velocità di una chiamata per strada, Uber non funziona allo stesso modo dei taxi”. Insomma Uber fa concorrenza ai taxi, ma non è la stessa cosa. La licenza garantisce ai tassisti l’esclusivo diritto di svolgere servizio di piazza, ma “qualsiasi aspettativa che la licenza funzionerebbe come uno scudo contro i rapidi progressi tecnologici del mondo moderno, non sarebbe stata ragionevole”. Non ci può essere nessuna garanzia su investimenti e profitti perché, conclude Weiss, “in quest’epoca, anche nei servizi di pubblica utilità, gli investitori devono essere sempre attenti alle nuove forme di competizione derivanti dallo sviluppo tecnologico”.

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