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Quante chiacchiere nella Fed sulla “stretta” del decennio

I membri del direttivo hanno ragioni valide ma opposte sull’atteso rialzo dei tassi. Chi ascolterà Yellen?
Quante chiacchiere nella Fed sulla “stretta” del decennio

Janet Yellen e Christine Lagarde (foto LaPresse)

C’è molta attesa per la riunione di oggi del consiglio direttivo della Federal Reserve americana. Dopo circa sette anni di tassi di interesse praticamente a zero, la Banca centrale con sede a Washington potrebbe decidere di terminare questa fase di espansione abnorme, avviando la normalizzazione della politica monetaria con un primo, modesto incremento nei tassi di intervento.

 

Quella che sembrava una riunione dall’esito abbastanza scontato sino a qualche tempo fa, è diventata, invece, un evento abbastanza incerto con l’ultima batteria di dati che conferma il miglioramento del quadro congiunturale americano, ma in misura tutt’altro che univoca. Nel mese di agosto l’economia americana ha creato 173 mila nuovi posti di lavoro, una cifra ragguardevole rispetto alla performance del mercato del lavoro dall’inizio della crisi finanziaria, eppure al di sotto delle previsioni attorno ai 220 mila. In contrasto, il tasso di disoccupazione ha fatto registrare, nello stesso mese, un nuovo minimo dall’inizio della crisi, scendendo al 5,1 per cento dal 5,3 del mese precedente, attestandosi assai vicino alla soglia del 5 per cento al di sotto della quale, per la Fed, la diminuzione della disoccupazione diventerebbe inflazionistica a causa della pressione sulla crescita salariale che eserciterebbe.

 

Il dato favorevole sulla disoccupazione riflette, in realtà, la più bassa partecipazione alla forza lavoro, ai minimi dal 1977. In altre parole, molti di coloro che hanno perso l’occupazione negli anni precedenti, sono fuorisciti dalla forza lavoro rinunciando a cercare un nuovo impiego favorendo, per tale via, un apparente miglioramento nelle rispettive statistiche. Il quadro dell’inflazione riflette, in parte, una dinamica simile. Gli ultimi dati mostrano che i prezzi, al netto delle componenti più volatili, sono cresciuti dell’1,2 per cento nel primo semestre, anche se i dati del secondo trimestre indicano una dinamica più sostenuta con un tasso di crescita, su base annuale, pari all’1,8 per cento. Quest’ultimo valore è vicino alla soglia del 2 per cento che le autorità monetarie si sono date come obiettivo inflazionistico. Analogamente, la crescita salariale, nel mese di agosto, ha segnato un incremento, su base annua, equivalente al 2,4 per cento congiuntamente a  un aumento delle ore lavorate. Mettendo insieme questi dati con il tasso di disoccupazione, nei prossimi mesi dovremmo pertanto osservare l’intensificarsi di pressioni inflazionistiche.

 

Eppure le aspettive di inflazione per il prossimo quinquennio, estratte dai dati di mercato finanziario, si attestano nell’intervallo tra l’1 e 1,5 per cento, mostrando che, nelle attese medie del mercato, la dinamica inflazionistica non è solidamente ancorata rispetto all’obiettivo del 2 per cento fissato delle autorità monetarie. A complicare il quadro per i governatori della Fed vi sono le recenti dinamiche dell’economia mondiale, con i prezzi delle materie prime a livelli particolarmente bassi, il cui impatto deflazionistico sull’economia americana è sospinto ulteriormente dal rafforzamento del dollaro sui mercati valutari.

 

Vi è, poi, l’accresciuta volatilità dei mercati finanziari internazionali in seguito alla turbolenza della Borsa cinese e il timore che essa possa influenzare l’economia reale del gigante asiatico, che nell’ultimo decennio ha fatto da locomotiva all’economia mondiale. Proprio la dinamica dell’economia mondiale e le temute ripercussioni su quella americana potrebbero indurre i membri del consiglio direttivo della Fed a optare per un rinvio nel rialzo dei tassi.

 

Nelle parole di Bill Dudley, presidente della Fed di New York e vicepresidente del consiglio direttivo, gli “sviluppi a livello internazionale hanno aumentato i rischi per la crescita dell’economia americana” e, pertanto, “la decisione di avviare il processo di normalizzazione nella riunione di settembre appare meno solida di qualche settimana fa”. Dello stesso tenore, sono le posizioni dei presidenti di altre Fed regionali, come quelle di San Francisco e Atlanta.

 

[**Video_box_2**]Su posizioni contrapposte, invece, vi è Stanley Fisher, l’altro vicepresidente del consiglio direttivo e suo leader intellettuale, che giorni fa al simposio annuale di Jackson Hole, tradizionale luogo d’incontro dei grandi banchieri centrali del mondo, aveva ribaltato le argomentazioni sopra esposte notando che “con l’inflazione bassa, siamo nella posizione di potere rimuovere la politica monetaria accomodante con gradualità. Del resto, poiché la politica monetaria influenza l’attività reale con ritardo, non dovremmo attendere che l’inflazione ritorni al 2 per cento per avviare la stretta monetaria”. Su posizioni simili, il presidente della Fed di Richmond e altri governatori regionali che, nella riunione di domani, non avranno diritto di voto dato il meccanismo di rotazione in vigore.

 

Sapremo giovedì sera, al termine della riunione, se la presidente della Federal Reserve Janet Yellen riuscirà a pilotare la discussione dei membri del consiglio direttivo così da rinviare, nuovamente, la decisione di alzare i tassi.

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