Anche i ricchi piangono. Il crollo dei prezzi del greggio mette in crisi Canada e Norvegia

I due paesi erano stati tra quelli che avevano reagito meglio alla crisi economica. Ora però la scenario è cambiato e pagano la forte dipendenza dal petrolio: Ottawa va in recessione e a Oslo calano i posti di lavoro. 
Anche i ricchi piangono. Il crollo dei prezzi del greggio mette in crisi Canada e Norvegia

Un pozzo petrolifero a Longview, in Canada (foto LaPresse)

Anche i ricchi piangono per il crollo dei prezzi del petrolio e per la crisi cinese. Non solo i paesi del Terzo mondo o quelli emergenti si ritrovano ora in difficoltà. Il Canada, membro dei G7, è addirittura entrato in recessione, mentre in Norvegia, paese europeo in testa alle classifiche planetarie di ricchezza e sviluppo umano c’è un primo contraccolpo di 100.000 posti di lavoro in meno.

 

Particolarmente delicata è la situazione del Canada, dove il 10 ottobre ci sono le elezioni generali e che per il secondo trimestre consecutivo ha registrato una contrazione del pil pari allo 0,2 per cento tra gennaio e marzo e dello 0,1 tra aprile e giugno. E poteva andare peggio, se non ci fosse stata la temporanea ripresa dei prezzi del greggio di giugno. Era il paese del G7 che per sette anni aveva meglio retto alla crisi mondiale proprio in virtù di quel 10 per cento della sua economia che dipende dall’energia. Ora però, il quinto produttore di petrolio del mondo subisce il contraccolpo. Né basta a compensarlo l’aumento dell’export dovuto alla ripresa dei vicini Stati Uniti. Il governo del conservatore Stephen Harper dice che bisognerebbe parlare non di recessione bensì di “crescita non robusta”, visto che la contrazione si deve unicamente a un settore e dipende dalla caduta del 60 per cento dei prezzi delle materie prime sul mercato globale. Ma gli oppositori del Nuovo partito democratico e del Partito liberale, entrambi affiancati nei sondaggi ai conservatori attorno al 30 per cento delle intenzioni di voto, gli rimproverano appunto di non essere riuscito con le sue politiche a superare il 2 per cento di crescita, costringendo il Canada alla dipendenza eccessiva dal prezzo del greggio. Oltretutto, gran parte della produzione canadese è costituita da petroli pesanti e dagli alti costi di estrazione; se i prezzi scendono è facile finire fuori mercato. Il Fmi, che aveva previsto per il Canada “un anno difficile”, spera che, chiunque uscirà vincitore alle elezioni si convinca a fare le riforme che da tempo lo stesso Fondo suggerisce. In particolare, per migliorare una produttività che è la più bassa tra le economie avanzate.    

 

[**Video_box_2**]La crisi petrolifera ha colpito anche in Europa, in Norvegia, famosa per il suo modello di welfare, invidiato da tutto il mondo, la cui economia si regge sul greggio del Mare del Nord. Anche lo Statens pensjonsfond Utland, il Fondo pensionistico governativo che con i suoi 882 miliardi di dollari di asset è oggi il fondo sovrano più ricco del mondo. Ma col Brent sotto i 50 dollari anche il miracolo norvegese diventa difficile da sostenere, soprattutto in un paese dove il petrolio rappresenta il 40 per cento del pil e il 10 per cento dei lavoratori è impiegato nell’industria petrolifera. A farne le spese sono stati proprio i lavoratori. Il tasso di disoccupazione ha oltrepassato il 4 per cento, che potrebbe sembrare un’inezia alle nostre latitudini ma che è in realtà una cifra da psicodramma nel paese di Ibsen. A licenziare è stata per prima la compagnia petrolifera di stato Statoil, innescando un effetto a catena. Nel corso del 2015, inoltre, la Banca centrale ha tagliato già i tassi di interesse due volte, ma gli analisti avvertono che non basta e prospettano tagli ulteriori. Anche in questo caso la rendita petrolifera ha viziato i cittadini. Prezzi e salari sono cresciuti a tali livelli che dal 2000 il costo del lavoro per unità è aumentato di sei volte rispetto a quello della Germania e costringendo le imprese a delocalizzare in maniera massiccia. E’ successo per esempio con la Kongsberg Automotive, cha ha mantenuto solo il 5 per cento della manodopera nel paese e ha delocalizzato tutto il resto in Messico, Cina e Stati Uniti.

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