Sulla crisi Blanchard (Fmi) si toglie qualche sassolino dalle scarpe

Il capo economista al Fondo monetario internazionale lascia la poltrona dopo sette anni. E in un'intervista parla della crisi economica europea.
Sulla crisi Blanchard (Fmi) si toglie qualche sassolino dalle scarpe

Olivier Blanchard (foto LaPresse)

Ha visto cose che un luminare della scienza triste come lui non poteva neanche immaginare; ora che lascia la poltrona di capo economista al Fondo monetario internazionale (Fmi), Olivier Blanchard lo ammette con grande sincerità. Appena due settimane dopo il suo insediamento, celebrato con orgoglio da Dominique Strauss-Kahn e non solo perché Blanchard è francese (anche se ha trascorso gran parte della sua vita tra Harvard e il Mit), fallisce Lehman Brothers. Anziché trasformarsi in un gran giorno per il capitalismo, l’evento semina il panico in tutto il mondo. In questi sette anni ha dovuto affrontare come analista, ma anche come suggeritore, tutti i mostri che via via si sono materializzati, fino al terzo salvataggio della Grecia. In un’intervista rilasciata al magazine online del Fmi, Blanchard riflette su come la Grande recessione ha cambiato il modo di vedere l’economia e sui punti deboli del paradigma dominante. E ne approfitta per togliersi alcuni sassolini dalle scarpe.

 

Primo dilemma: il ruolo del sistema finanziario. Finora il macroeconomista pensava di non aver bisogno di “guardare a chi faceva che cosa a Wall Street”, spiega Blanchard. “L’assunzione base era che esistono relazioni aggregate stabili, quindi non c’è bisogno di conoscere i dettagli delle micro tubature. Invece abbiamo imparato che le tubature, soprattutto quelle finanziarie, importano, eccome”. Così sono tornate in auge le analisi di Hyman Minsky sulla instabilità del sistema, quelle di Nicholas Kaldor sul rapporto tra crescita e ineguaglianza o questioni considerate anatema, come il finanziamento monetario del debito fiscale.  C’è poi il revival statalista, anche se con “molto più scetticismo sull’efficienza dell’intervento del governo”. Dunque, la crisi non ha condannato i monetaristi e riportato sugli altari Keynes, perché sono saltate anche molte convinzioni base del sistema keynesiano e lo dice un keynesiano convinto sia pur non dogmatico. Fino a che punto funziona il deficit spending in un mercato mondiale dei capitali aperto? Uno degli studi più controversi del Fmi riguarda proprio le politiche fiscali: un taglio di mezzo punto di pil nelle condizioni attuali riduce la crescita di oltre un punto, ecco perché l’austerità è sfuggita di mano. Un altro tema spinoso riguarda le riforme strutturali. “Dobbiamo essere realisti – ammette Blanchard – su quali sono politicamente fattibili e che cosa possono ottenere”. E questo introduce direttamente lo psicodramma greco.

 

In un intervento postato sul blog del Fmi il 9 luglio, l’economista capo aveva respinto con fatti e cifre le critiche principali. La prima è che nel 2010 sono state salvate le banche non il paese. In realtà, “con un debito di 200 miliardi di euro (130 per cento del pil) e un deficit di 36 miliardi (15,5 per cento), la Grecia era incapace di accedere al mercato. Avrebbe dovuto tagliare il deficit pubblico del 20-25 per cento del pil, pari cioè alle sue esigenze di finanziamento. Se fosse fallita, dato un disavanzo primario del 10 per cento avrebbe dovuto tagliare il deficit di un decimo del prodotto lordo da un giorno all’altro”. Temendo un contagio tipo Lehman si è rinviata di due anni la ristrutturazione del debito, ripagando i prestiti a breve termine. Nel 2012 c’è stato un haircut di 100 miliardi sui 200 dovuti al settore privato, ciò ha portato a un sollievo di diecimila euro per ogni cittadino greco. Oggi “gli interessi in rapporto al pil sono diventati inferiori a quelli che gravano su Portogallo, Irlanda e Italia”.

 

[**Video_box_2**]Tutto bene? Blanchard non lo dice. Anzi, spiega che dal suo studio al Peterson Institute for International Economics si dedicherà in modo specifico ad analizzare che cosa è accaduto in Portogallo, Irlanda, Islanda e Grecia. “Voglio pensare alle varie misure che i paesi possono usare per controllare e plasmare i flussi di capitale. In breve, voglio continuare a ripensare la macroeconomia”. Non è un caso se il suo successore, Maurice Moses Obstfeld, anche lui proveniente dal Mit, è specializzato in finanza internazionale e ha pubblicato un libro intitolato “Globalizzazione e macroeconomia”.

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