Finanziaria che vai, dibattito sull'imposizione immobiliare che trovi. Ecco perché

L'ossessione per Ici, Imu, Tasi, ecc. Sono i politici italiani che mancano d'inventiva e lungimiranza? O forse conta anche il fatto che l'imposta sulla casa è rimasta una delle più "visibili" agli occhi del contribuente, e quindi tra le più avversate? Studi americani sulla seconda scuola di pensiero.
Finanziaria che vai, dibattito sull'imposizione immobiliare che trovi. Ecco perché

Oggi, come ogni lunedì, è andata in onda su Radio Radicale la puntata della mia rubrica "Oikonomia". Qui potete trovare l'audio, di seguito invece il testo.

 

Una nuova legge Finanziaria è in preparazione per l'autunno e un nuovo dibattito sulla tassazione immobiliare sta già monopolizzando il confronto pubblico. La ricorrenza degli interventi legislativi in materia - secondo i critici - direbbe molto della scarsa creatività e lungimiranza dei nostri legislatori. Ipotesi plausibile, ma che non dovrebbe mettere in ombra un ragionamento più generale sul rapporto tra fisco e cittadini.

 

Già nel novembre 2014, parlando sempre di Legge di Stabilità in questa rubrica, descrissi il concetto di “illusione fiscale”, ricordando come l'espressione originaria “illusione finanziaria” fosse da attribuire a un economista italiano molto studiato in America, Amilcare Puviani, vissuto tra il 1854 e il 1907. Per "illusione finanziaria" intendeva "una rappresentazione erronea delle ricchezze pagate o da pagarsi a titolo d'imposta o di certe modalità del loro impiego". Un'illusione volutamente praticata dai Governi per poter alimentare la spesa pubblica e gli interessi a essa connessi, celandone per quanto possibile i costi al contribuente. Dicevo un anno fa che le clausole di salvaguardia, con le loro caratteristiche di scarsa pubblicità e di sicura dilazione nel tempo, sono un caso di scuola di questa "illusione" praticata ai danni del contribuente. Quello che aggiungo oggi è che, prima di Puviani, anche il filosofo ed economista liberale britannico John Stuart Mill si occupò del tema, scrivendo tra l'altro nei suoi Principi di economia politica: “L'impopolarità della tassazione diretta, all'opposto della facilità con cui l'opinione pubblica si fa tosare dalle tasse indirette sui prezzi delle materie prime, ha generato in molti amici un modo diametralmente diverso di pensare al primo tipo di tassazione. Essi sostengono che la ragione di fondo che rende la tassazione diretta così sgradevole è anche la ragione che la rende preferibile. Di fronte a essa ciascuno sa quanto paga davvero. Se tutte le tasse fossero dirette, la tassazione sarebbe molto più chiaramente percepita di quanto non lo è oggi; e ci sarebbe una maggiore certezza per quel che riguarda la spesa pubblica”

 

Seguendo questo approccio, si potrebbe dire che i politici italiani, di destra e sinistra, insistono sulla riduzione della tassazione immobiliare - Ici, Imu, Tasi che sia - perché questa tassazione è fra quelle più visibili al contribuente: essa risulta “sgradevole”, come direbbe Mill, perché “ciascuno sa quanto paga davvero”. A differenza per esempio dell'Iva, delle accise, o dell'imposta sul reddito da lavoro dipendente. Una conferma di questa ipotesi viene da uno studio americano di Marika Cabral (University of Texas) e Caroline Hoxby (Stanford) sulla tassazione immobiliare negli Stati Uniti. In America le imposte sulla casa sono destinate ad alimentare servizi essenziali a livello locale, come teoricamente doveva essere in Italia, e sono pagate normalmente, come in Italia, in due tranche annuali. I due studiosi americani, però, rilevano che sempre più spesso le banche creditrici di mutuo consentono ai proprietari di casa di suddividere l'imposta immobiliare in 12 rate, rata di cui l'ammontare è calcolato automaticamente e sommato dalla banca alla restituzione mensile di capitale e interessi del mutuo. Cabral e Hoxby compiono quindi un sondaggio in aree quanto più omogenee possibili, da cui emerge che i proprietari di casa che ricorrono al pagamento rateizzato e automatizzato dalla banca sono molto più imprecisi quando viene chiesto loro di quantificare il peso delle imposte immobiliari locali. Viceversa i proprietari di casa che pagano l'imposta firmando due assegni l'anno dimostrano molta più contezza dell'entità del prelievo.

 

Non solo. Secondo i due studiosi americani, lì dove maggiori sono l'importanza e il rilievo percepiti dell'imposizione immobiliare, tendenzialmente anche le tasse stesse sulla proprietà immobiliare sono più contenute; o quantomeno sono costrette da un numero maggiore di limiti imposti a livello locale spesso via referendum popolare. Ciò sarebbe dovuto al fatto che un maggior rilievo percepito dell'imposta limita lo spazio di manovra di burocrati e politici che invece tendono ad aumentare l'imposta per avere a disposizione più risorse da parte dei contribuenti. Secondo i due studiosi americani, la loro ricerca spiega almeno in parte perché negli ultimi quarant'anni l'imposta sulla casa sia rimasta tra le più invise agli americani. E inoltre conferma la tesi dell'illusione fiscale sostenuta da Mill e Puviani, secondo i quali le persone tendono a sottostimare le tasse meno evidenti, consentendo al potere politico di espandersi anche al di là delle preferenze diffuse.

 

[**Video_box_2**]Cosa dedurre da tutto ciò per il dibattito italiano sulla Tasi? Una possibile risposta è quella avanzata da Guido Tabellini, economista della Bocconi, sul Sole 24 Ore di domenica: “Se mai ci sarà un nuovo governo che, come il governo Monti, costretto dall'emergenza finanziaria e senza preoccuparsi del consenso elettorale, farà salire di nuovo l'imposta sugli immobili, dovrà anche cercare di renderla meno visibile. Vi è un esempio di come farlo: in Irlanda i datori di lavoro hanno l'obbligo di fornire ai loro dipendenti la facoltà di farsi trattenere mensilmente dallo stipendio l'imposta sugli immobili, che poi il datore di lavoro verserà per conto del dipendente proprietario. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Vale anche per le tasse”. L'altra strada, che credo essere più in linea con la battaglia radicale per il “diritto alla conoscenza” sull'operato dei Governi, è pure in linea con passate iniziative economiche dei Radicali che negli anni 90 si batterono per porre fine alle trattenute automatiche sulle buste paga dei lavoratori per l'iscrizione ai sindacati e più in generale per l'abolizione delle ritenute alla fonte sui redditi dei lavoratori dipendenti. I Radicali cioè tentarono di difendere i cittadini dall'illusione fiscale che ogni Governo vorrebbe ingenerare. In questo modo il contribuente diventa più consapevole del fardello che lo Stato gli richiede di sopportare e probabilmente più attento agli sprechi e all'interventismo non necessario della mano pubblica.

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