Sgravi e aggravi in manovra

Dietro la slavina delle clausole di salvaguardia che mina la Renzinomics

16 miliardi ipotecati solo per non far aumentare Iva e accise. L’eredità dei predecessori, le due scelte possibili. Le contraddizioni di Bruxelles
Dietro la slavina delle clausole di salvaguardia che mina la Renzinomics

Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan (foto LaPresse)

Roma. Ahi, le clausole di salvaguardia. Perché nella Legge di Stabilità 2016, insomma in quella manovra con la prima parte degli sgravi fiscali ai quali Matteo Renzi affida le proprie fortune e gli italiani la speranza di veder sparire intanto le tasse sulla prima casa, lì dentro c’è la polpetta delle clausole. Ovvero si parte a handicap. E cioè: dal primo gennaio è previsto l’aumento dell’Iva, e non di poco. Intanto dal 10 al 12 per cento, e al 13 nel 2017, per i beni essenziali, tipo i generi alimentari; e dal 22 al 24 per cento, e poi al 25 nel 2017 e al 25,5 dal 2018 per i prodotti e servizi di consumo, abbigliamento, arredamento, telefoni mobili, eccetera. Sei punti e mezzo di aumento tra le due aliquote da gennaio 2016 a gennaio 2018;  il rischio più che concreto di congelare quei consumi che continuano a latitare. Rischio ulteriore, del quale pochi parlano: un incentivo all’evasione fiscale soprattutto per le prestazioni professionali.

 

Poi c’è il capitolo evergreen delle accise su benzina e gasolio: rincaro previsto dalle clausole dal primo gennaio prossimo, comunque dal 2018. Disinnescare l’aumento di Iva e accise costa, nel 2016, non meno di 16 miliardi, cifra superiore a quanto stimato dal governo quando le clausole furono inserite al comma 3 dell’articolo 45 della Legge di stabilità del 2014: allora vennero “cifrate” in 12,1 miliardi nel 2016, altri 18,5 nel 2017 e 20,5 nel 2018. Impensabile per un esecutivo che vuol fare della riduzione delle tasse la priorità. E illogico mentre con l’altra mano si stanno negoziando con Bruxelles margini di flessibilità in più sul rientro del deficit, oltre ai 6,4 miliardi già accordati lo scorso anno. Infine, vista da una prospettiva europea, non c’è molta razionalità nel lamentarsi della bassa crescita di molti paesi Ue – l’Italia non è sola, vedi la Francia per esempio – e ipotecare nei bilanci pubblici aggravi fiscali proprio sui consumi. Perché di ipoteche si tratta, con validità a tutti gli effetti di legge in base alle nuove norme del Fiscal compact, del Six pack, degli obblighi di cooperazione rafforzata nelle regole di finanza pubblica. Insomma, dalle clausole non si scappa, a meno che ovviamente il governo non scelga l’alternativa virtuosa del taglio della spesa pubblica. Ora proprio questo promette di fare, con 10 miliardi attesi dalla spending review. Il resto dovrebbe venire non tanto dalla flessibilità sul deficit (altrimenti l’ipoteca verrebbe contabilmente coperta da un maggiore debito) quanto dal risparmio sugli interessi dei titoli pubblici, previsto in circa tre miliardi. La faccenda delle clausole di salvaguardia risale al 2002, quando con la riforma della contabilità pubblica vennero inserite nel bilancio per coprire le “spese previste”, aleatorie rispetto a quelle “autorizzate”. Ma è con la crisi del 2011 che le clausole iniziano a dilagare, scandendo i rapporti difficili con l’Europa.

 

[**Video_box_2**]L’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, aumentò l’Iva al 21 per cento, fornendone una giustificazione nobile: “Spostare il prelievo dalle persone alle cose”. Per l’anno successivo il governo Berlusconi fu poi costretto a inserire le clausole di taglio lineare delle detrazioni fiscali e di un nuovo aumento dell’Iva. Il tecnocrate Mario Monti, pur fra tanta austerity, evitò l’una e l’altra. Enrico Letta trangugiò un’altra clausola da tre miliardi, disinnescata da Renzi. Il quale però ha dovuto accettarne altre, più onerose. Secondo molti esperti dei rapporti con l’Europa, questo trattamento sarebbe anche lo strascico del rifiuto italiano – da Berlusconi a Monti – di accettare se non proprio la Troika altre forme di “condizionalità”, ovvero di controllo diretto, quali quelle imposte per alcuni mesi alla Spagna in cambio degli aiuti bancari. Di commissariamenti non si parla più; restano però le ipoteche. E soltanto una parte di esse potrà essere, more solito, rinviata all’anno prossimo. O tagli o tassi.

 

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