Export italiano e sboom cinese? “No al catastrofismo”, dice Terzulli (Sace)

Uno choc finanziario prolungato, contagiando l’economia reale, può frenare lo sviluppo di Pechino e danneggiare le nostre esportazioni
Export italiano e sboom cinese? “No al catastrofismo”, dice Terzulli (Sace)

foto LaPresse

Roma. “Nelle nostre analisi della situazione economica cinese e del suo impatto sull’Italia, analisi in corso d’aggiornamento in questi giorni, non cediamo comunque al catastrofismo”. Lo dice al Foglio Alessandro Terzulli, capo economista di Sace, il gruppo controllato dalla Cassa depositi e prestiti che fornisce prodotti assicurativi e finanziari a migliaia di imprese che esportano o investono fuori dai confini nazionali. Il ragionamento di Terzulli prende il via dal contesto: “Tentiamo di ripulire le nostre analisi dai movimenti di brevissimo termine, come la volatilità dei mercati”. Non che il crollo della Borsa cinese di queste settimane sia ininfluente, ma innanzitutto va confrontato con un aumento a tripla cifra nell’anno passato: “Da tempo sapevamo che una crescita borsistica che si fosse allontanata dai fondamentali sarebbe andata incontro a un rallentamento. D’altronde la Cina, già dopo lo stimolo fiscale triennale messo in campo nel 2009 per fronteggiare la crisi globale, di entità pari al 14 per cento del pil, ha attraversato una bolla immobiliare e poi una bolla delle finanze pubbliche locali”.

 

Adesso tocca alla Borsa. Sono cose che succedono, quando un paese emergente delle dimensioni cinesi conclude la fase di catching up con il mondo di antica industrializzazione, e in più tenta di cambiare “fonti di crescita”, passando “da investimenti ed esportazioni a consumi, servizi e valorizzazione del capitale umano”. Terzulli dice: “Non sottovalutiamo nulla, soprattutto se lo choc dovesse prolungarsi nel tempo, ma l’economia reale cinese è un discorso diverso”. Un discorso che per ora sta più a cuore alle aziende italiane già internazionalizzate o in corso di internazionalizzazione. “Relativa robustezza”, questa l’espressione usata da Terzulli per descrivere l’economia cinese che, secondo il Fondo monetario internazionale, dovrebbe crescere quest’anno del 6,8 per cento.

 

[**Video_box_2**]Nell’anno in corso la Sace, prima delle turbolenze, si attendeva esportazioni di beni dall’Italia verso la Cina per un valore di 11,2 miliardi di euro: “Nei primi sei mesi dell’anno l’export italiano verso il resto del mondo è cresciuto del 5 per cento, quello verso la Cina dello 0,8 per cento. Un dato notevolmente inferiore – osserva Terzulli – A frenare l’andamento sono stati soprattutto i beni di investimento, dalla meccanica strumentale ai mezzi di trasporto. Sono cresciuti finora i beni di consumo, cioè alimentare e moda”. Già a partire da questi dati si può ragionare sull’eventuale impatto di un aggravarsi della crisi cinese: “Oggi la Cina conta per il 2,6 per cento del nostro export, a fronte del 5 per cento della Germania per esempio (che verso Pechino esporta beni per oltre 74 miliardi, ndr). L’Eurozona nel suo complesso sarebbe colpita, ma per una volta non saremmo direttamente in prima fila tra i più danneggiati”. Anche se di un rallentamento tedesco difficilmente potremmo beneficiare, anzi, ragiona Terzulli: “Inoltre, il discorso cambierebbe ancora se la crisi si trasmettesse a tutti i paesi emergenti. Si tende infatti a sottovalutare che nel complesso la quota di paesi emergenti nella destinazione del nostro export complessivo è simile a quella tedesca”. Soprattutto uno choc finanziario prolungato dunque, contagiando l’economia reale, può frenare lo sviluppo cinese e danneggiare l’export italiano. “Tuttavia nel medio-lungo termine le prospettive tornerebbero a migliorare. Specie se andasse a buon fine la transizione verso consumi e servizi, i nostri beni di consumo tornerebbero più appetibili, seguiti da quelli d’investimento”. Con una postilla, però, che vale per analisti e investitori: “Li Keqiang, prima di diventare l’attuale premier cinese, disse di non ritenere troppo affidabili le statistiche ufficiali di Pechino sul pil, e di preferire indicatori proxy come il consumo di energia elettrica o altro. Quell’opacità statistica purtroppo non è ancora alle spalle”, conclude Terzulli.

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