Il governo la chiama “flessibilità”, ma è stantìa crescita a debito

In termini di tassi di crescita tendenziali (e cioè, trimestre sul corrispondente trimestre dell’anno precedente), il prodotto interno lordo italiano è cresciuto nel secondo trimestre 2015 dello 0,5 per cento a fronte dell’1,2 per cento dell’intera Eurozona.
Il governo la chiama “flessibilità”, ma è stantìa crescita a debito

Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan (foto LaPresse)

In termini di tassi di crescita tendenziali (e cioè, trimestre sul corrispondente trimestre dell’anno precedente), il prodotto interno lordo italiano è cresciuto nel secondo trimestre 2015 dello 0,5 per cento a fronte dell’1,2 per cento dell’intera Eurozona. Nel primo trimestre 2015 era cresciuto invece dello 0,1 per cento rispetto all’1 dell’area dell’euro. Nel corso dell’intero 2014, infine, a tassi di crescita negativi per l’economia italiana (pari, nell’anno, al meno 0,4 per cento) si erano contrapposti tassi di crescita moderatamente positivi per l’Eurozona (0,9 per cento). Sia pure quindi con notevole ritardo, l’economia italiana sta seguendo il profilo di crescita dell’economia dell’Eurozona, lasciando però comunque inalterato o quasi il divario che sotto questo aspetto da decenni ci separa dall’Eurozona e che nell’ultimo ventennio è stato pari, in media – guarda caso – a otto decimi di punto percentuale.

 

Sul versante della finanza pubblica, l’economia dell’Eurozona registrerà fra il difficile 2010 e il 2015 un aggiustamento in termini strutturali (e cioè un miglioramento dei saldi strutturali al netto della componente interessi) pari a poco più di 3 punti percentuali. Per converso, nel caso italiano, l’aggiustamento dovrebbe limitarsi a circa 2,5 punti percentuali. La discrepanza – supponendo che il bilancio pubblico possa e debba avere una funzione anticiclica – sarebbe giustificabile, essendo in linea di principio attribuibile proprio al ritardo temporale che l’economia italiana sta mostrando nell’adeguarsi al profilo di crescita dell’Eurozona. Ma, se così stessero le cose, è abbastanza evidente che a fronte di un rallentamento della velocità dell’aggiustamento delle finanze pubbliche nell’Eurozona (già evidente nei numeri del 2015) l’Italia dovrebbe invece intensificare il proprio sforzo di risanamento delle finanze pubbliche ora che le condizioni dell’economia cominciano a permetterglielo. Tanto più che la discrepanza fra i tassi di crescita non ha, come si è visto, natura ciclica ma strutturale ed è quindi per definizione al di fuori della portata del bilancio pubblico.

 

E invece no. Con una innovazione metodologica di un qualche rilievo, il governo italiano si propone, al contrario, in occasione della prossima Legge di stabilità di attenuare la portata dell’aggiustamento, attribuendo al bilancio pubblico una missione nuova e per molti versi sorprendente: quella non solo (già dubbia di per sé) di correggere gli andamenti ciclici ma quella di “consolidare la ripresa”. La novità non è di poco conto. Utilizzare il bilancio pubblico per “consolidare la ripresa” significa – se si vuole dare un senso a parole che prese al valore facciale non ne avrebbero molto – avere in mente un preciso valore per il tasso di crescita (quello, appunto, al quale corrisponde una “ripresa consolidata”) e ritenere che il bilancio pubblico possa essere utilizzato per raggiungerlo. Un ritorno in grande stile al fine tuning degli anni 60 e all’idea della politica economica come gestione di una macchina complessa, certo, ma passiva. Una virata a 180° gradi rispetto a tutto ciò che abbiamo imparato (e sperimentato) da cinquant’anni a questa parte.

 

[**Video_box_2**]Su queste basi, francamente piuttosto labili, il governo italiano si appresta a chiedere all’Unione europea margini ulteriori di flessibilità per un nuovo round di politica di bilancio in disavanzo (traduzione: a carico cioè degli stessi giovani di cui, a parole, ci si preoccupa un giorno sì e l’altro pure) e, come se non bastasse, prociclica. Margini già concessi per fare fronte alla fase negativa del ciclo e che sarebbe difficile chiedere esibendo, ad esempio, l’impatto negativo delle riforme strutturali. Le conseguenze sul prodotto interno lordo di un Senato non elettivo dovrebbero essere trascurabili e altrettanto può dirsi circa le prospettive dell’occupazione pubblica a seguito, per esempio della incorporea riforma della Pubblica amministrazione appena approvata. E allora? Cosa dovrebbe portare l’Unione europea a consentirci comportamenti che sembrano lontani da ogni ragionevole logica economica? L’ammirazione per la trovata tutta italiana di una politica fiscale per “consolidare la ripresa”?

 

Ma di quella flessibilità il governo italiano ha bisogno come il pane. Se le maggioranze traballano, si pensa di puntellarle “comprando” a debito qualche effimero decimale di crescita. E’ un errore, come si è già visto, ma la politica economica di errori è costellata (ed è anche per questo che bisognerebbe farne un uso molto parsimonioso). Se dunque la politica economica del 2014 era opinabile (a ragione, come si è visto a distanza di tempo), quella del 2015 tende a essere – con tutto il rispetto per i diretti interessati – più che altro un po’ patetica. Peccato. Non era proprio possibile fare di meglio?

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