Ayn Rand d’Italia - 2

Un polentone ogm

Nella testa di Fidenato, habitué dei tribunali per la sua voglia matta di coltivare mais geneticamente modificato, e nemico dello stato esattore che vessa i suoi dipendenti.
Un polentone ogm

Fidenato non è un hidalgo, non vive nella Mancia ma ad Arba, in Friuli, non è armato di lancia – al massimo di qualche seme di Mon810 – ma soprattutto non è pazzo come Don Chisciotte


L’eroina dei libertari
Ayn Rand (1905-1982), nata Alisa Rosenbaum, è stata una scrittrice e filosofa di origine ebraica nata in Russia e trasferitasi negli Stati Uniti dopo la Rivoluzione d’ottobre, fondatrice della corrente filosofica dell’Oggettivismo. L’intera opera della Rand è una radicale difesa dell’individualismo, e quindi del capitalismo sul piano economico, dall’aggressione di qualsiasi forma di collettivismo, che ha avuto un’enorme influenza sul pensiero libertario americano.
L’eroe randiano, protagonista dei suoi romanzi (“La rivolta di Atlante”, “Noi vivi”, “La fonte meravigliosa”), è l’archetipo dell’individuo con qualità eccezionali che si scontra con i vincoli politici e morali della società per realizzare i suoi obiettivi ed essere fedele ai propri valori.
“Ricorda che la più piccola minoranza al mondo è l’individuo. Chiunque neghi i diritti dell’individuo, non può sostenere di essere un difensore delle minoranze”.


 

In un paese della Mancia, di cui non voglio fare il nome, viveva or non è molto uno di quei cavalieri che tengono la lancia nella rastrelliera, un vecchio scudo, un ossuto ronzino e il levriero da caccia”. Giorgio Fidenato non è un hidalgo, non vive nella Mancia ma ad Arba, un piccolo paesino del Friuli, non si veste da cavaliere e non è armato di lancia – al massimo di qualche seme di Mon810, il mais geneticamente modificato con cui sta sfidando lo stato italiano in un lungo duello per la libertà di coltivazione – ma soprattutto non è pazzo come Don Chisciotte. In comune con il personaggio uscito dal genio e dalla penna di Miguel de Cervantes però ha il grande slancio ideale e soprattutto la cocciutaggine nel perseguire fino in fondo i propri convincimenti, al di là di ogni valutazione materiale di costi e benefici, cosa che in effetti agli occhi degli altri se non lo rende “pazzo” quantomeno lo rende un fanatico estremista o un eroico idealista, a seconda dei punti di vista. Attualmente ha in corso cinque procedimenti penali e tre civili, tenzoni aperte con lo Stato italiano quasi tutte all’interno della battaglia che dura ormai tanti anni per la libertà di coltivare mais transgenico sui suoi cinque ettari nella campagna friulana. Un dispendio enorme di energie e risorse economiche, che sicuramente non potrà essere ripagato (almeno economicamente) dopo un’eventuale e difficile vittoria, anche se l’esito più probabile è che finisca con lo schiantarsi contro le pale dei mulini a vento della politica, della giustizia e della burocrazia italiana (ma guai a dirglielo, Fidenato è sicuro di vincere “perché il diritto e la legge naturale mi danno ragione”). Ma cosa può spingere un piccolo imprenditore a sfidare la megamacchina statale, tutti i ministri delle Politiche agricole di destra, centro e sinistra più altrettanti governi che si sono avvicendati negli ultimi quindici anni, pressoché tutti i partiti politici, sindacati, associazioni ambientaliste, centri sociali e gran parte della stampa e dell’opinione pubblica? Cervantes diceva di Don Chisciotte che “gli parve conveniente e necessario per l’esaltamento del proprio onore e pel servigio della sua repubblica di farsi cavaliere errante, e con armi e cavallo scorrere tutto il mondo cercando avventure, ed occupandosi negli esercizi tutti dei quali avea fatto lettura. Il riparare qualunque genere di torti, e l’esporre sé stesso ad ogni maniera di pericoli per condursi a glorioso fine, doveano eternare fastosamente il suo nome”. Ecco, più o meno le cose stanno così anche per Fidenato. Non è un cavaliere errante, è stanziale, il suo Ronzinante al massimo è un trattore e al posto di un Sancho Panza a smorzare i suoi slanci avrà degli avvocati che cercano di frenarlo (senza successo) o almeno di convincerlo a essere più realista quando vuole denunciare giudici,  funzionari e istituzioni o iniziare solitarie campagne come quella contro il sostituto d’imposta (sì, sta anche conducendo da solo una battaglia per far saltare l’istituto su cui si regge il sistema fiscale).

 

Giorgio Fidenato entra a gamba tesa nel divisivo dibattito politico-scientifico sulla coltivazione degli organismi geneticamente modificati (Ogm) nel 2009, in maniera molto semplice: decide di piantare sul proprio terreno i semi del mais transgenico Mon810, autorizzato dall’Europa e dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) per la coltivazione negli stati dell’Unione. Mentre la politica segue gli umori degli ambientalisti, dei reazionari e dei sedicenti progressisti che vogliono tutelare la biodiversità e, a seconda delle inclinazioni politiche, la purezza delle “coltivazioni italiane” o il paese dall’ingresso delle “multinazionali”, mentre gli scienziati cercano di contrastare nel dibattito pubblico le leggende sulla dannosità degli ogm con dati, studi e pubblicazioni, Fidenato insieme ad altri agricoltori lancia in resta passa all’azione e inizia a seminare il mais ogm nei suoi terreni, in aperto contrasto con la legge nazionale ma in conformità con quella europea (che sulla carta dovrebbe prevalere). “Le mie azioni sono cominciate nel 2009, perché dovevo adottare una bambina ed è necessario avere la fedina penale pulita, altrimenti avrei cominciato prima”. Dopo l’arrivo di sua figlia dall’Armenia si sente libero di duellare con lo Stato italiano, che reagisce alle semine con sequestri, procedimenti penali, decreti contra personam, distruzioni del raccolto.

 

L’imprenditore si scontra con i governi, la regione, i partiti, le associazioni dei consumatori, i sindacati e i no-global che periodicamente vanno a fargli visita distruggendo i suoi campi e producendosi in atti di vandalismo. Non si capisce chi glielo fa fare, visto che tra spese legali e danni subiti, coltivando quei pochi ettari a mais ogm non riuscirà a recuperare i soldi persi neppure in 10 generazioni. “L’uomo non vive di solo denaro, viviamo di spirito – dice con il suo marcato accento friulano – Non faccio le cose per il bene dell’umanità e non sono un idealista illuso. Sarà l’educazione dei miei genitori che mi hanno insegnato a non abbassare mai la testa di fronte agli arroganti, ma più una persona è arrogante, più stimola la mia reazione, sono fatto così. E’ questa fermezza mi sostiene ad affrontare tutte queste rotture di cazzo”. Il linguaggio di Fidenato non è paludato, artificioso e cavalleresco come quello di Don Chisciotte, ma diretto come può essere quello di un piccolo imprenditore del nord-est, anche se poi diventa cavilloso e complesso appena inizia a sciorinare decreti, articoli, commi, sentenze, norme nazionali ed europee che conosce a memoria. A differenza del personaggio più famoso della letteratura spagnola, Fidenato non ha la testa per aria e non vede mostri, nobildonne ed eserciti nemici quando non ci sono, è un idealista realista, quando inizia una battaglia è lucidamente convinto di riuscire a vincerla. Non è neppure un nobile annoiato in cerca di avventure, ma come con l’hidalgo della Mancia ha trovato l’ispirazione dopo aver divorato un sacco di libri. La sua passione non è la letteratura cavalleresca, le chansons de geste e i romanzi di Feliciano de Silva, ma gli autori liberali e i filosofi libertari, la scuola austriaca di economia, l’anarco-capitalismo, tutta quella tradizione incoerente e frammentata che parte da John Locke e arriva al Novecento con i filosofi ed economisti liberali Ludwig von Mises, fino ai più radicali Murray Rothbard e Hans-Hermann Hoppe. “Sono due i libri che spiegano come sono e come la penso, ‘L’etica della libertà’ e ‘Per una nuova libertà’ di Rothbard, nel primo c’è scritta qual è l’etica del libertarismo e nel secondo come attuare nella pratica questa etica della libertà”. Autori e testi che probabilmente non vengono neppure citati nei dipartimenti universitari e che invece sono stati per anni il pane quotidiano di questo imprenditore agricolo. “Dentro di me sono sempre stato così, anche se da giovane non era facile non essere contaminati da tutto quel sinistrismo comunista”, dice. Da ragazzo inizia leggendo Karl Popper e Arcipelago gulag e poi si avvicina alle idee antistataliste e indipendentiste della Lega: “Negli anni Novanta c’era stato un momento nella Lega in cui le idee libertarie giravano, un tipo aveva portato nella nostra sede dei libri. Vedo questo libro qui, ‘Il diritto di essere liberi’, mi si è aperto un mondo, ho iniziato a leggere tutto il pensiero libertario”. Alla fine il libertarismo si riduce a al cosiddetto “assioma di non aggressione”: nessuno può aggredire la persone o la proprietà altrui. Una regola semplice, ma così radicale da negare lo Stato e qualsiasi autorità imposta, figurarsi il culto della personalità che dominava nella Lega: “Quello che diceva Bossi era oro colato, ora che è andato in disgrazia tutti lo scansano. Che gentaglia! Ho iniziato a criticare Bossi quando sosteneva Milosevic, un nazionalista comunista, poi si è alleato con il centrodestra e me ne sono andato. Berlusconi poteva anche andare, ma Fini no, è un nazionalista centralista”. In Lega Fidenato conosce Leonardo Facco, insieme a lui fonda il Movimento Libertario (che ha appena compiuto 10 anni) e inizia mettere in atto iniziative di disobbedienza civile o comunque di sfida pubblica a leggi considerate illegittime. Si parte con gli ogm, un tema che lo affascina da quando negli anni Ottanta dai banchi della facoltà di Scienze agrarie sente i professori parlare delle nuove possibilità che offre la genetica. In Italia dopo le prime sperimentazioni negli anni Novanta si sviluppa un settore avanzato soprattutto nel campo della ricerca scientifica, ma tutto subisce una pesante arresto con i primi provvedimenti restrittivi imposti dal ministro Pecoraro Scanio. Si crea un fronte anti-ogm ampissimo e trasversale, che va dalla Lega ai Verdi, dalla destra alla sinistra, Gianni Alemanno a Mario Capanna, Coldiretti e Slow Food, che fa produrre sempre più norme con limiti, proibizioni e paletti che umiliano gli scienziati e la ricerca scientifica, il culmine è la distruzione nel 2012 dei campi di sperimentazione su ulivi, kiwi, fragole e ciliegi ogm dell’università della Tuscia. Su pressione dell’ex sessantottino Mario Capanna, il ministero dell’Ambiente in ottemperanza alla norma che vieta la ricerca in campo aperto sugli ogm fa abbattere le piante e bruciare i campi seminati, distruggendo i 30 anni di ricerca del gruppo guidato dal prof. Eddo Rugini.

 

E’ in questo contesto di furore ideologico oscurantista, dove neppure la comunità scientifica riesce a ottenere margini per poter coltivare ai fini di studio e sperimentazione, che Fidenato diventa un punto di riferimento simbolico anche per gli scienziati. Due mondi opposti e lontanissimi, ricercatori pubblici e un agricoltore friuliano para-leghista che legge filosofi libertari, che mai avrebbero avuto punti in comune e di dialogo in altre diecimila vite. La battaglia per la libertà di coltivazione di Fidenato, che si poggia legalmente su tutte le norme europee che impediscono la discriminazione immotivata degli ogm da parte degli stati, è per gli scienziati una testa d’ariete che può aprire alla libertà di ricerca sulle piante transgeniche. “Fidenato ha un carattere e idee particolari, ma è una persona pulita – dice un ricercatore che lo ha conosciuto in questa battaglia – E’ una persona che dichiara pubblicamente di coltivare mais ogm, mentre in Italia molti seminano i campi con mais ogm senza denunciarli. Il punto per lui non è coltivare di nascosto, ma vedersi riconosciuto il diritto di poterlo fare”. Ovviamente la figura del “cavaliere solitario” che fa tutto questo per un ideale non convince il fronte anti-ogm, certi che dietro di lui ci siano le multinazionali, con la solita diabolica Monsanto a tirare i fili, che vogliono entrare nel mercato italiano per distruggere la tipicità delle nostre coltivazioni. “In realtà le multinazionali in questa vicenda non compaiono proprio – dice il ricercatore – perché il loro interesse è vendere e loro fanno comunque grandissimi affari in Italia, non hanno problemi a coltivare in Sud America e vendere qui, visto che in Italia gli ogm vengono importati e usati in grandissima quantità. Paradossalmente queste leggi fanno comodo alle multinazionali e rafforzano la loro posizione dominante, visto che ciò che in realtà viene impedita è la ricerca pubblica e quindi la possibilità che ci sia qualcun altro oltre a queste multinazionali che faccia nuovi ogm”. Tra i peggiori nemici di Fidenato c’è Slow Food, che insieme ad altre associazioni si era costituita parte civile nel processo in cui poi è stato assolto: “Sono stato assolto contro tutto e contro tutti, anche contro gli smargiassi di Slow Food – dice Fidenato –. Non sopporto la loro arroganza, vogliono impedire a me e alla mia famiglia di mangiare polenta ogm o risotto con polline di mais ogm, che sono buonissimi, molto più salutari di quei cibi biologici che sono una schifezza. Ma a differenza loro io non mi prodigherò mai per fare una legge che impedisca l’agricoltura biologica, che le persone mangino quello che vogliono”. Alla fine l’anarco-capitalista Fidenato butta soldi dietro ai suoi ideali, mentre i paladini del bio macinano profitti. Forse hanno capito meglio di lui come funziona il capitalismo. “Io non ho niente contro i loro profitti, ma queste persone usano il potere per imporre a me a agli altri i loro valori e le loro idee. E’ questo il vero egoismo, quello ammantato di altruismo e bene comune, e per questo quando sento parlare di bene comune mi tocco sempre i cosiddetti”.

 

[**Video_box_2**]Quella sugli ogm non è l’unica guerra legale combattuta da Fidenato. Nel 2009 ha aperto contro lo Stato italiano anche un altro fronte, quello contro il sostituto d’imposta. In qualità di presidente degli Agricoltori Federati, si è autodenunciato all’Agenzia delle Entrate e all’Inps rifiutando di sostituirsi ai propri dipendenti nel pagamento delle imposte e da allora versa loro la busta paga lorda. Neppure in questa vicenda ha avuto alcun supporto da parte della Lega, che pure aveva l’abolizione del sostituto d’imposta nei suoi programmi (“Fanno scioperi fiscali solo a parole, sono dei chiacchieroni e non fanno mai niente, sono dei cialtroni totalmente italiani”, dice del suo ex partito). Fidenato dà ai suoi dipendenti la busta paga lorda e sono poi loro che vanno a versare le proprie tasse, pagamenti che l’Agenzia delle Entrate ha sempre rifiutato. Fidenato dice che i soldi sono dei suoi dipendenti e che non è lui a dover pagare tasse al posto loro. Cerca un appiglio legale per il rifiuto di fare l’esattore nella Costituzione, quando dice all’art. 23 che non si può imporre alcuna prestazione personale o patrimoniale. Lui che parla sempre di norme, leggi e sentenze, quando deve spiegare la cosa in maniera più semplice la mette giù così: “Non faccio né il gabelliere, né la spia, se vuoi sapere quanti soldi ha avuto chiedilo al dipendente. Io non solo mi rifiuto di lavorare gratis, ma mi rifiuterei anche se mi pagassero 100.000 euro a cedolino paga, è un lavoro che non accetto di fare. Per me è un po’ come pulire i cessi, io a pulire i cessi non ci vado nemmeno se mi pagano”. Probabilmente la linea difensiva nel processo penale in cui è accusato di aver omesso la denuncia obbligatoria delle retribuzioni dei lavoratori avrà argomentato le sue ragioni in termini diversi, visto che il mese scorso un giudice lo ha assolto perché il fatto non costituisce reato. A differenza dello stralunato “Cavaliere dalla triste figura” della Mancia, l’imprenditore friulano qualche battaglia la vince. Ha diversi processi aperti, ma dopo aver incassato l’assoluzione il solitario cavaliere libertario ha già messo l’armatura per una nuova battaglia, quella contro il dualismo del sistema pensionistico: “Mi autodenuncerò all’Agenzia delle entrate e non verserò l’Irpef della mia dichiarazione dei redditi perché non accetto che le mie tasse paghino la pensione di chi non ha versato i contributi e gode del sistema retributivo”.

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