Riformare il meccanismo delle rimesse: così si aiutano gli africani a casa loro (senza dire salvinate)

In Africa il costo del trasferimento di denaro supera di molto la media mondiale. E questo è un problema grosso per uno dei principali motori dell'economia del Continente
Riformare il meccanismo delle rimesse: così si aiutano gli africani a casa loro (senza dire salvinate)

Chi emigra non solo mira a migliorare la propria condizione individuale: prova a elevare la qualità della vita e le possibilità di riscatto di intere famiglie allargate. Per tantissimi africani questo è un incentivo sufficiente anche ad affrontare il deserto, il mare e il rischio della morte. Secoli fa, per la stessa ragione, c'era chi si arruolava come mercenario, con una probabilità di perire maggiore di quella di chi attraversa il Sahara e il Mar Mediterraneo su mezzi di fortuna. E che incentivo avrebbero mai i Governi africani a trattenere gente così? Bocche in meno da sfamare: qualcuno muore, qualcun altro vivacchia, altri trovano lavoro e mandano persino soldi a casa. Tanti soldi, tantissimi.

 

Da anni ormai le rimesse che i circa 140 milioni di immigrati del Continente nero inviano al loro paese, cioè alle loro famiglie, superano abbondantemente l'ammontare degli aiuti allo sviluppo provenienti dai paesi più avanzati. Aiutati che Dio ti aiuta.
Nel 2014 l'Africa ha ricevuto dai propri cittadini emigrati circa 62 miliardi di dollari, la sola Africa subsahariana 33 miliardi (2 per cento del pil regionale), una cifra che si è quadruplicata dal 1990 e che continuerà significativamente a crescere negli anni a venire. Secondo la Banca Mondiale, ci sono paesi in cui le rimesse valgono più del 10 per cento del pil, come il Senegal (11), la Liberia e il Gambia (20!), mentre in tanti altri superano abbondantemente il 5 per cento. In Nigeria sono la seconda fonte di entrate dall'estero dopo il petrolio, con buona pace di Matteo Salvini e delle sue intenzioni di convincere il governo di Lagos a trattenere i propri cittadini nel paese.

 

Più del 70 per cento delle rimesse africane arriva da lavoratori emigrati in Europa e in Occidente, sebbene non manchino i flussi intra-continentali (il 50 per cento dei migranti africani resta per ora nel continente). Sono ricchezze enormi, che spesso fanno la differenza tra l'indigenza e una vita tranquilla per due o tre generazioni. Non solo: come accadde per la povera Italia di inizio Novecento e poi per quella del secondo Dopoguerra, questa montagna di soldi può essere un motore per lo sviluppo di intere comunità locali.

 

Eppure, proprio i paesi che hanno maggiormente bisogno delle rimesse, sono quelli che più pagano per inviarle e riceverle. Lo scorso anno uno studio dell'Overseas Development Institute calcolò che in Africa il costo del trasferimento di denaro è pari a circa il 12 per cento, contro una media mondiale del 7 per cento circa. Per i trasferimenti intra-africani il costo è ancora più alto, tra il 15 e il 20 certo.

 

Se ci fosse un allineamento ai costi globali, la sola Africa sub-sahariana beneficerebbe di circa 2 miliardi di dollari in più all'anno. C'è un problema di scarsa concorrenza e trasparenza nel settore del trasferimento di denaro: anzitutto, l'oligopolio degli operatori di money transfer, con Western Union e MoneyGram a spartirsi più dei due terzi del mercato; poi, gli accordi di esclusività molto onerosi che le due multinazionali stringono con banche commerciali locali; ancora, le complicazioni regolatorie sul cambio in valuta locale poste dagli stessi governi africani, per intercettare parte delle risorse destinate ai privati cittadini; infine, la scarsità dei punti di distribuzione in molte aree rurali, causata anche e soprattutto da quegli accordi di esclusività di cui sopra (uffici postali e istituti di microcredito, molto più diffusi e capillari, sono quasi sempre esclusi dal business).

 

[**Video_box_2**]Tempo fa i paesi del G8 e del G20 avevano auspicato (tra quegli ambiziosi e pomposi obiettivi dei loro vertici) la riduzione del costo delle rimesse verso l'Africa al 5 per cento, ma finora quel target è rimasto una buona intenzione e nient'altro. Forse sarebbe il momento di attivarsi, al di là di tante teorie e chiacchiere su come aiutare gli africani. Finché sarà solo l'Unione Africana a porre il tema dei costi delle rimesse, e non l'Unione Europea e i suoi stati membri, è difficile che cambi qualcosa. Se l'Africa è una priorità, come ripete spesso il premier Matteo Renzi, ecco una priorità tra le priorità: aiutare l'Africa lasciando che siano soprattutto gli africani ad aiutarsi.

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