La Terra dell’austerity promessa

Servono posti di lavoro, e che siano fissi e vicini a casa, tutto il resto è anticostituzionale. Se non è possibile dare piena attuazione al dettato della Carta costituzionale e garantire il diritto al (posto di) lavoro è ovviamente colpa delle politiche di austerity e della subalternità culturale al paradigma neoliberista.
La Terra dell’austerity promessa

Tony Blair (foto LaPresse)

Roma. Servono posti di lavoro, e che siano fissi e vicini a casa, tutto il resto è anticostituzionale. Se non è possibile dare piena attuazione al dettato della Carta costituzionale e garantire il diritto al (posto di) lavoro è ovviamente colpa delle politiche di austerity e della subalternità culturale al paradigma neoliberista, come dimostrano l’abolizione dell’articolo 18 e la conseguente compressione dei diritti dei lavoratori. Mentre la sinistra (ma sempre più spesso anche la destra) politica e sindacale è ferma a queste coordinate del dibattito, gran parte degli italiani si muove nella direzione opposta e vota con i piedi per un sistema in cui il “posto” non è garantito né vicino. Cercano lavoro in Inghilterra, un paese dove non c’è l’articolo 18, dove il governo ha tagliato le tasse e la spesa pubblica e si appresta a varare un piano di privatizzazioni monstre. E il Regno Unito non è un paese che esce da un’economia pianificata, ma dalle liberalizzazioni, deregolamentazioni e privatizzazioni di Margaret Thatcher e del suo epigono di sinistra Tony Blair che non ha toccato quelle riforme.

 

E’ sempre più grande il numero di persone che lasciano l’acciaccato welfare state continentale per attraversare la Manica: negli ultimi 20 anni il flusso di immigrati nel Regno Unito è più che raddoppiato e il picco si è avuto negli ultimi anni, con un aumento di circa 150 mila nuovi ingressi, dai 500 mila del 2012 ai circa 650 mila del 2014. La Gran Bretagna (neoliberista) è insieme alla Germania (ordoliberista) la destinazione preferita dai cittadini europei che si spostano in cerca di lavoro o per studio, e di questa massa gli italiani sono una quota consistente e crescente: in tutto sono oltre 500 mila, la metà a Londra e l’altra metà nel resto del paese. E il flusso è in aumento, tra i 13 e i 16 mila l’anno, il 70 per cento in più in un solo anno. A cercare fortuna o semplicemente migliori opportunità non sono solo i tradizionali lavapiatti, ma anche persone impiegate nella finanza, studenti, informatici, medici e ricercatori, giovani e meno giovani.

 

[**Video_box_2**] Tutto questo capitale umano e questa forza lavoro sono stati agevolmente assorbiti, dato che la Gran Bretagna di David Cameron, nonostante la crisi del 2008 e la dura terapia di riforme e risanamento dei conti, ha prodotto in 5 anni circa 2 milioni di nuovi posti di lavoro, con un tasso di occupazione ai massimi storici e quello di disoccupazione ai minimi. E’ vero che negli ultimi anni i salari non stanno crescendo a causa della stagnazione della produttività, ma comunque sono in termini reali circa il 40 per cento superiori a quelli dell’èra pre-Thatcher. Qualcuno lo dovrà dire anche a quel Jeremy Corbyn che sta scalando il Partito laburista inglese con una piattaforma di sinistra estrema: gli italiani, come molti altri europei, emigrano verso un paese che ha fatto tutte quelle riforme che vengono osteggiate qui; disillusi dalle promesse di posti fissi, vicini e ben pagati nella penisola che non c’è, vanno a costruirsi un futuro nell’isola dell’austerity.

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