Patrimoniale e sciopero. I soliti sindacati contro il generale Agosto

Le martellate ferragostane di Cgil, Cisl e Uil rischiano di sfasciare qualcosa, piuttosto che risolvere i problemi economici del paese
Patrimoniale e sciopero. I soliti sindacati contro il generale Agosto

Carmelo Barbagallo, Annamaria Furlan, Susanna Camusso (foto LaPresse)

Milano. Un vecchio adagio dice che chi ha soltanto il martello vede chiodi dappertutto. I sindacati italiani di martelli ne hanno due, la patrimoniale e lo sciopero, sempre a portata di mano per risolvere qualsiasi questione aziendale o problema macroeconomico. E così anche a Ferragosto hanno proposto di assestare un po’ di martellate per sistemare l’economia italiana alle prese con una flebile ripresa. In una lettera alla Stampa il segretario generale della Cisl Annamaria Furlan ha esposto il contributo che la sua confederazione intende dare per la ripresa dell’economia e dell’occupazione: una bella patrimoniale. "Si deve conciliare la giusta esigenza di esentare solo la prima casa da tutte le imposte tassando progressivamente i grandi patrimoni immobiliari in base alla effettiva rendita catastale al di sopra dei 500.000 euro ed anche le rendite finanziarie escludendo, naturalmente, i titoli di stato", ha scritto nella missiva.

 

Anche il sindacato cattolico si pone sulla stessa lunghezza d’onda della Cgil che periodicamente invoca un’ulteriore patrimoniale (l’ultima volta, ad aprile, il sindacato guidato da Susanna Camusso ne ha proposta una da 14 miliardi). La tassazione dei “grandi patrimoni” (anche se la soglia di 500 mila euro indicata dalla Cisl non fa certo pensare a Rockfeller e Bill Gates) non passa mai di moda ed è sempre la soluzione giusta per risollevare l’economia, nonostante la tassazione sugli immobili sia quasi triplicata negli ultimi anni, passando dai 9 miliardi del 2011 ai 25 del 2014, e il mercato sia crollato. Così come non è mai abbastanza la tassazione sulle rendite finanziarie, passata negli anni dal 12,5 al 20 e ora al 26 per cento, anche se non si capisce perché sarebbe così naturale per i sindacati escludere dagli aumenti i titoli di stato che non sono meno rendita finanziaria di altri titoli (in questo modo un super-ricco che investe milioni di euro in Bot paga meno della metà rispetto a un piccolo risparmiatore che compra qualche migliaio d’euro in obbligazioni).

 

[**Video_box_2**]Lo stesso approccio ideologico, poco attento alla situazione economica del paese, ha ispirato la reazione dei sindacati rispetto all’apertura delle aziende il giorno di Ferragosto. Il caso più clamoroso è quello dell’Electrolux, un’azienda che solo lo scorso anno stava per chiudere i battenti lasciando a casa tutti i dipendenti, e che ora è uscita dalla crisi e ha bisogno di produrre per soddisfare le richieste del nuovo modello di frigorifero “Cairo”. I sindacati si sono opposti in maniera netta all’ipotesi di lavorare il giorno festivo, ma sono stati bypassati dall’azienda che ha chiesto direttamente ai dipendenti di fare uno sforzo, ricompensato da 70 euro in più in busta paga. Ai lavoratori quei soldi, dopo mesi di cassa integrazione, facevano comodo e la linea del sindacato è stata ignorata: in 101 si sono presentati sul posto di lavoro. E’ la stessa battaglia catastroficamente persa dalla Fiom contro Sergio Marchionne, quando la Fiat aveva chiesto ai dipendenti di Pomigliano di fare gli straordinari alcuni sabati per stare dietro agli ordinativi e a cui il sindacato di Maurizio Landini rispose indicendo uno sciopero che però ebbe un’adesione dello zerovirgola. E sempre lo sciopero è stata la risposta data dai sindacati del commercio di Cgil, Cisl e Uil contro l’ipotesi di apertura dei negozi e dei centri commerciali il giorno di Ferragosto. Senza dimenticare poi la battaglia – questa soltanto di bandiera per stessa ammissione di vari giuslavoristi consultati dal Foglio – di spingere le aziende ad assumere nuovi lavoratori con il vecchio articolo 18, invece che con il nuovo Jobs Act e la sua flessibilità in uscita. Alla crescita anemica, agli scarsi investimenti e all’alta disoccupazione si continua a rispondere con riduzione delle occasioni di produzione e di scambio, retorica benecomunista,  patrimoniali e scioperi. A martellate. Con il rischio di tirarsele sulle dita o di sfasciare qualcosa, senza piantare nessun chiodo.

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