Se la quotazione di Poste è una maldestra operazione di cassa

Nonostante l'entusiasmo dei mercati restano dei nodi competitivi ancora da sciogliere
Se la quotazione di Poste è una maldestra operazione di cassa

Roma. La notizia della privatizzazione di Poste Italiane è fortemente esagerata. Molto resta da stabilire – l’entità del collocamento, la forchetta di prezzo, la ripartizione tra risparmiatori e investitori istituzionali – ma, a distanza di quasi due anni dall’iniziale annuncio del governo (allora presieduto da Enrico Letta), la strada per lo sbarco in Borsa del colosso pubblico è ormai tracciata. Con la consegna alla Consob della richiesta di ammissione alle negoziazioni e dei prospetti informativi, comincia l’iter che – salvo intoppi – condurrà al debutto dell’ex monopolista del recapito a Piazza Affari tra fine ottobre e inizio novembre. Confermata l’impalcatura dell’operazione: la cessione riguarderà fino al 40 per cento del capitale, con una quota di consistenza ancora incerta da destinarsi ai dipendenti, e un tetto al possesso azionario del 5 per cento. Dall’iniziativa l’esecutivo si attende ricavi compresi tra i 2,4 e i 4,4 miliardi di euro. A queste cifre, è comprensibile che il dossier catalizzi l’entusiasmo di un mercato disabituato alle dismissioni pubbliche e, più in generale, poco avvezzo a partite di simile portata: ma, muovendo dalle implicazioni finanziarie a quelle industriali e concorrenziali, è possibile sostenere – come fanno, con una voce sola, i commentatori – che l’Ipo dell’anno sarà anche la privatizzazione dell’anno?

 

In senso proprio, una privatizzazione persegue tre obiettivi convergenti: il primo è il recupero di risorse per l’erario, cui il progetto di collocamento di Poste sembra poter assistere efficacemente – mentre nessuna garanzia si può rinvenire ai fini dell’alienazione del controllo e dell’apertura del mercato, le altre due finalità di una privatizzazione rettamente intesa. Sotto il primo profilo, anzi, ogni indicazione punta nella direzione opposta: il Tesoro manterrà una salda maggioranza; il limite del 5 per cento scoraggerà l’ingresso di partner industriali; l’attribuzione ai dipendenti (cioè ai sindacati) cementerà gli equilibri esistenti e rischierà d’ipotecare l’evoluzione dell’azienda. Quanto all’impatto sul mercato, sui concorrenti, sui consumatori, l’inerzia del legislatore (sordo alle sollecitazioni dell’Antitrust) è significativa. Basti ricordare la vicenda della riserva sulla consegna degli atti giudiziari, tuttora garantita a Poste a un lustro dalla formale liberalizzazione del settore; privilegio limitato – s’intende – ma rivelatore, e difeso anche in queste settimane proprio con l’intento di non deprimere le prospettive d’incasso della quotazione. Si tratta di un argomento pericoloso, perché procedere a legislazione invariata rischia di scolpire nel prezzo di collocamento un’aspettativa d’intangibilità delle regole, allontanando ulteriormente il completamento della liberalizzazione. Naturalmente ci sono questioni assai più scottanti della riserva sul recapito delle multe.

 

[**Video_box_2**]La principale è quella della natura ibrida di Poste e del suo reticolo di 14.000 uffici. Già oggi è estremamente complesso dipanare le commistioni e i sussidi incrociati esistenti tra il core business postale, strutturalmente in sofferenza, e i comparti bancario e assicurativo, da cui provengono la larga maggioranza dei ricavi e pressoché la totalità degli utili del gruppo. La storia delle liberalizzazioni insegna che l’integrazione (verticale o orizzontale) tra attività diverse può portare efficienza, se emerge in un contesto di mercato, ma può ostacolare lo sviluppo concorrenziale di un settore se viene trasferita da un monopolista pubblico al suo erede (integralmente o parzialmente) privato. Allo stato attuale, sarebbe persino banale pensare alla separazione del Bancoposta dalle altre attività di Poste, che si esaurirebbe in una decisione unilaterale dell’azionista pubblico; a collocamento avvenuto, un’analoga risoluzione incontrerebbe le giustificate resistenze degli azionisti privati. Completare la dismissione senza sciogliere questi nodi competitivi, mettendo in vendita quella che a tutti gli effetti si configura come una rendita monopolistica, è l’opzione più redditizia. Ma rimane una maldestra operazione di cassa.

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