Ampia ricognizione alla ricerca della fiducia nell'investimento made in Italy

Il Foglio ha interpellato grandi gestori di fondi italiani (Azimut, Anima, Eurizon Capital) per capire se gli investimenti sulla piazza italiana sono aumentati, di quanto, dove sono diretti e perché. Ecco cosa ci hanno risposto.
Ampia ricognizione alla ricerca della fiducia nell'investimento made in Italy

Foto LaPresse

Milano. I tedeschi di HeidelbergCement hanno comprato la bergamasca Italcementi. I cinesi di ChemChina hanno conquistato Pirelli. Società italiane quotate in Borsa che piacciono, e non poco, agli investitori internazionali. Ma gli italiani e chi muove il loro ingente risparmio, le Società di gestione, credono in Piazza Affari?

 

Non è una questione di lana caprina perché si parla di migliaia di miliardi. Un bazooka nazionale che, se ben gestito, potrebbe somministrare una potente ricostituente all’economia italiana. In altri termini, spostare anche solo una piccola parte di questo risparmio verso la Borsa significherebbe sostenere un mercato dei capitali attraverso il quale le Pmi potrebbero trovare le nuove risorse per il loro sviluppo che ormai faticano a ottenere attraverso i soli canali bancari tradizionali. Anche perché una buona parte di questo risparmio e' investita ancora in obbligazioni governative, Btp, che ormai rendono poco.  Il che significa che gli investitori che vorranno guadagnare qualcosa di più dovranno necessariamente iniziare a spostarsi su investimenti più rischiosi, le azioni appunto. Ultimamente le gradi Società del risparmio italiane (Sgr), che raccolgono e investono i soldi delle persone, hanno aumentato la loro attenzione a Piazza Affari.

 

Azimut, per esempio, essa stessa quotata sulla Borsa di Milano, investe oggi il 6,1 per cento delle proprie masse gestite (che quindi comprendono anche gli investimenti in Bond e altri strumenti finanziari) in azioni italiane (al 30 giugno 2015), più di quanto era investito un anno fa e cinque anni fa. A fine giugno 2014  era il 4,4 per cento mentre nel 2010 era il 5,1 per cento. Sul totale degli investimenti azionari l’Italia oggi pesa per circa il 16,1 per cento, era il 13,7 per cento un anno fa e il 14,3 per cento nel 2010. Si tratta comunque di un dato su cui non tutte le Sgr danno una disclosure puntuale.

 

Le altre Sgr italiane interpellate dal Foglio – Anima, Eurizon Capital, Mediolanum – per esempio non diffondono il peso delle azioni italiane sulle masse gestite complessive o sui soli investimenti azionari. Si tratta spesso di un dato che non viene monitorato o scorporato. Il sentiment dei gestori pare però confermare la maggiore attenzione a Piazza Affari.

 

“Già da fine 2013 Eurizon Capital ha deciso di dare un maggiore peso nei portafogli alla periferia dell’Europa e soprattutto all’Italia, sulla base delle nostre aspettative di riduzione del premio al rischio. C'e' stato anche un aumento dell’interesse per le azioni italiane da parte degli investitori retail – dice Francesco De Astis, responsabile Italian Equity di Eurizon Capital – Considerando anche l’attuale livello di tassi di interesse per un risparmiatore è difficile trovare impieghi redditizi. Inoltre, secondo uno studio Prometeia del 2014, il 30 per cento della ricchezza finanziaria degli italiani è parcheggiato in strumenti a breve con rendimenti prossimi allo zero, di conseguenza è ragionevole pensare a un aumento negli investimenti azionari e in particolare nell’Italia, anche se solo una minima parte di questa ricchezza venisse spostata. Lo spazio di manovra c’è, il nostro per fortuna non è più un paese di Bot people”.

 

Chiaramente l’aumento delle masse in gestione in azioni italiane risente anche del buon andamento dei listini e da qualche tempo Piazza Affari ha smesso di fare peggio degli altri indici europei. Anzi, nell'ultimo anno il Ftse Mib, che rappresenta la 40 maggiori società quotate, è salito del 21,5 per cento. La spinta al listino milanese e' arrivata anche grazie al rinnovato interesse degli investitori stranieri (che spesso raccolgono anche i risparmi degli italiani) che sono tornati  a scommettere attivamente su diverse società italiane e che oggi detengono partecipazioni a Piazza Affari per un valore di 238 miliardi di euro, il 41 per cento dell'intera capitalizzazione, un anno fa era il 38 per cento.

 

La situazione, osservano gli esperti, è cambiata a partire dall’anno scorso quando si sono fatte alcune ricapitalizzazioni da parte del settore bancario. "Oggi c'è un approccio piuttosto benevolo nei confronti dell'Italia da parte degli investitori esteri che riconoscono che c'è almeno un tentativo di agire su determinate cose, come per esempio la riforma delle banche popolari che si aspettavano da molti anni. Questo governo ha agito e questo ha pesato nelle decisioni degli esteri", spiega Luigi Dompe', gestore della Sgr Anima.

 

Si tratta comunque di un processo lento, in divenire e non ancora completato. Per gli investitori stranieri le dimensioni delle aziende quotate, in maggior parte pmi, comportano difficoltà in termini di liquidità e di "taglio" dell'investimento da parte spesso di giganti che spostano miliardi alla volta. Inoltre, che la Borsa e' piccola e poco rappresentativa del pil italiano. Rimangono da sempre alla larga per esempio alcuni dei colossi più conosciuti del Made in Italy, da Ferrero a Barilla. Mentre molte pmi sono diffidenti e non preparate ad affrontare il cambio così radicale di governance e gestione che la quotazione richiede.

 

[**Video_box_2**]Ma che ormai, a fronte di un credito bancario non più in grado di sostenere da solo lo sforzo, sembra rappresentare la strada principale (insieme al resto degli strumenti finanziari come l'emissione di obbligazioni) che le aziende dovranno percorrere per avere risorse fresche con cui crescere. Su questo fronte la stessa Borsa italiana, da qualche anno ormai di proprietà' inglese (si è fusa con il London Stock Exchange) e l'Authority di vigilanza sui mercati, la Consob, stanno mettendo in campo diversi sforzi per generare un cambiamento. Tra i quali, per esempio, la creazione di un listino dedicato alle Pmi sul modello di quanto già fatto a Londra, l'Aim, che oggi in Italia conta 68 società a fronte delle oltre 3000 di Londra.

 

Secondo l'Osservatorio della società Ir Top, il 60 per cento  degli investitori dell'Aim sono italiani e il 40 per cento esteri. Ma Iil peso degli stranieri e' anche qui in crescita. E sono per esempio gli svizzeri a credere di più nelle piccole società di Piazza Affari. L'investitore più attivo e' infatti il gruppo elvetico Patrimony 1873, attraverso il fondo dedicato White Fleet III Globes Italy Equity Star, con 14 partecipazioni e un valore complessivo dell’investimento di circa 9 milioni di euro. L’investitore italiano più attivo è AcomeA Sgr con 18 partecipazioni, seguito da Amaranto Investment Sim e poi da Kairos Partners Sgr, Zenit Sgr, Azimut Capital Management Sgr, Arca Sgr, Anima Sgr, Intesa Sanpaolo, Gam Investment Management.

 

In questo quadro investire in azioni quotate italiane non significa di fatto portare risorse fresche agli imprenditori (si tratta di una compravendita tra investitori. Solo in fase di Ipo, ossia di Offerta pubblica iniziale, e' possibile conferire risorse direttamente alle aziende). Tuttavia significa valorizzare le imprese e sostenere, rendere liquido e dinamico il mercato dei capitali, rendendolo così più "appealing", attraente, per le stesse aziende italiane che potrebbero scegliere per crescere la strada della quotazione.

 

“Anche per noi – dice De Astis di Eurizon Capital - il tema del ruolo del risparmio italiano per il rilancio del paese deve essere sul tavolo. L’accesso al mercato dei capitali può rappresentare un sostegno economico fondamentale per finanziare lo sviluppo delle Pmi, favorendo anche la sopravvivenza delle aziende familiari spesso alle prese con il difficile tema della successione padre-figlio. Si è discusso molto sulla necessità di facilitare la quotazione delle pmi, in molti casi titoli molto piccoli e poco liquidi, l’introduzione dell’Aim è andata in questa direzione. Allo stesso tempo sarebbe auspicabile creare interesse per gli investitori, per esempio introducendo agevolazioni fiscali come l’abbassamento della tassazione sulle plusvalenze”.

 

Ad ogni modo ultimamente il settore in Italia ha ripreso a godere di ottima salute. Le Sgr estere negli ultimi anni stanno facendo a gara per intercettare i risparmi degli italiani sbarcando sempre più frequentemente nel Paese e aprendo avamposti per aumentare la propria visibilità sul mercato e assicurarsi una fetta degli investimenti nazionali. "Gli italiani hanno sempre risparmiato abbastanza  – dice Dompé – buona parte andava in titoli di stato ma da due o tre anni buona parte di questo risparmio viene dirottato su investimenti che possono rendere di più, quindi anche sui mercati azionari, un trend che ovviamente favorisce anche l'investimento in titoli italiani".

 

I numeri dell'industria in Italia riflettono tutto questo. Nei primi sei mesi del 2015, dopo una serie di mesi con raccolta record, l’industria del risparmio gestito, secondo Assogestioni, ha raccolto complessivamente 95,54 miliardi con un patrimonio gestito totale salito a 1.714 miliardi. E anche le Sgr italiane stanno festeggiando. Qualche esempio. Eurizon Capital, del gruppo Intesa Sanpaolo, nel semestre ha archiviato una raccolta record di 28,2 miliardi con un utile netto saluto del 73,5 per cento a quota 227 milioni di euro. Anima Holding ha chiuso il semestre al 30 giugno 2015 con un utile in crescita del 59 per cento (al netto di ricavi straordinari) e una raccolta positiva per 4,5 miliardi (5 miliardi nello stesso periodo del 2014). E ancora, Azimut nei primi sei mesi del 2015 ha più che raddoppiato i profitti a 180,4 milioni rispetto agli 81,8 di un anno prima e ha registrato una raccolta netta al record storico di 3,9 miliardi.

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