Così Legacoop vuole ricostruire la reputazione delle cooperative

Il presidente Lusetti anima la campagna per distinguere le coop controllate da quelle fuori controllo. Ecco come.

Così Legacoop vuole ricostruire la reputazione delle cooperative

Roma. Legacoop (La Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue) sta preparando una campagna mediatica e politica d'autunno per distinguersi dalle cooperative che stanno conquistando le cronache quotidiane per via delle inchieste giudiziarie; il caso è quello dell'inchiesta della procura di Roma, cosiddetta Mafia Capitale, che ha coinvolto la coop 29 giugno di Salvatore Buzzi. Mauro Lusetti, presidente di Legacoop dal 2014, spiega al Foglio come intende riuscire a difendere l'onore del modello cooperativo con l'ambizione di cambiare anche il modus operandi delle principali associazioni.

 

Quando è cominciato il fenomeno di quelle che chiama delle "false cooperative"? “Il fenomeno ha avuto un suo sviluppo negli ultimi dieci anni, prima della crisi e durante la crisi, e ha avuto una diversa articolazione. In parte la forma cooperativa è servita a esternalizzare pezzi di attività delle imprese in crisi, è stata usata dagli enti locali per esternalizzare i servizi. Inizialmente la mutazione rispondeva a dei bisogni di evoluzione nelle modalità di gestione dell’impresa ma poi ha prodotto dei fenomeni degenerativi di cui gli organi di stampa rendono conto in questi mesi sulla base delle inchieste giudiziarie” .

 

Lusetti (ritratto nella foto in basso) vuole distinguere le cooperative associate a Legacoop, le chiama “originali”, da quelle che definisce delle “false cooperative” – ovvero dove c’è una forte personalizzazione dell’entità cooperativa, per dire la cooperativa di... Tizio, Caio o Buzzi, chiamato sui giornali "l'uomo delle cooperative" – dove "si sono persi di vista gli scopi mutualistici", nel senso di estromettere i soci dalla loro funzione di partecipanti a un progetto collettivo a fronte di una legittima condivisione di benefici e di una speculare assunzione di oneri. “Dietro a questi fenomeni – aggiunge Lusetti – i lavoratori aderiscono per avere un impiego ma risultano sfruttati con logiche simili a quelle del lavoro nero per produrre utili a beneficio di pochi”.