Perché i banchieri si sentono sull’orlo dell’uscita dalla crisi

Le convergenze positive dai numeri di Unicredit, l’espansione britannica di Mediobanca e l’ottimismo di Intesa
Perché i banchieri si sentono sull’orlo dell’uscita dalla crisi

Milano. Allora, è proprio vero: stavolta “siamo fuori dalla crisi”, come si è spinto a dire Carlo Messina, ad di Intesa Sanpaolo, dopo la pubblicazione dei dati di bilancio alla fine della scorsa settimana. La conferma è arrivata ieri con i conti di Unicredit, i più temuti dal mercato che già aveva messo in conto la prospettiva, sgradita, di un aumento di capitale per far fronte ai prossimi esami della Banca centrale europea, particolarmente severi per le banche sistemiche. “Non so quale sarà il livello di capitale necessario – commenta il numero uno della banca Federico Ghizzoni – ma siamo fiduciosi di poter generare capitale grazie alla nostra crescita organica”. “L’Italia, che sta riemergendo da una brutale recessione durata tre anni sta vivendo una ripresa dell’attività societaria senza precedenti”, scrive intanto il Financial Times commentando la prima acquisizione di Mediobanca oltre i confini patri: l’acquisto della maggioranza di Cairn Capital, una boutique finanziaria della City ceduta da Royal Bank of Scotland. Un’operazione piccola per entità ma, sottolinea il quotidiano british, comunque “simbolica del risveglio del capitalismo italiano”; così la pensano a Londra. Insomma, anche se resta la spina del Monte Paschi di Siena a caccia di un buon partner come richiesto dalla Bce assieme ad altri punti critici (basti pensare ai 900 milioni abbondanti che il Fondo di garanzia dei depositi dovrà investire in Banca Marche per sistemare l’istituto prima che entrino in vigore le norme sul bail-in previste dalle regole dell’Unione bancaria), a leggere i risultati degli istituti il peggio sembra alle spalle, sia per le banche che per i clienti: si attenua l’onda delle sofferenze (comunque 320 miliardi, a livelli record) e le imprese, anche quelle meno orientate all’export, tornano ad investire.

 

Ogni giorno che passa, la “bad bank” assomiglia sempre più a un sogno di mezza estate, buono a riempire pagine di giornali, e represso dalla burocrazia di Bruxelles. Ma i banchieri di casa nostra non ne fanno un dramma; e nemmeno la Grexit spaventava granché i condottieri del credito. “Quel che conta è avere regole che funzionano – ha detto Messina di Intesa – Poter recuperare, come oggi è possibile, un credito in tre anni anziché in sette o dedurre le perdite fiscalmente in un solo anno invece che in diciotto”. Soprattutto, però, l’attività industriale è tornata a generare profitti. Come dimostrano i conti di Unicredit, ieri pomeriggio al centro degli acquisti di Piazza Affari. Dai conti approvati dal board al 29° piano del grattacielo di piazza Gae Aulenti che domina lo skyline di Milano emerge un utile netto in forte accelerazione negli ultimi tre mesi a 522 milioni (più 29,5 per cento), dopo aver assorbito, tra l’altro, 100 milioni di svalutazione della controllata ucraina Ukrsotsbank, un cruccio oramai pluriennale diventato spaventoso visto il conflitto in corso tra Kiev e Mosca. “Nel primo semestre – ha commentato Ghizzoni – l’istituto ha prodotto un utile di oltre 1 miliardo di euro, un risultato di grande valore in un contesto ancora sfavorevole per l’industria bancaria, che vede tassi di interesse ai minimi storici. Inoltre abbiamo rafforzato i coefficienti patrimoniali”. Migliorano i numeri e, non a caso, si stemperano polemiche e conflitti. E’ andata in porto liscia come l’olio la riforma della governance di banca Intesa che nel corso degli anni aveva fatto versare più inchiostro tra sostenitori del duale e l’attuale sistema.

 

[**Video_box_2**]Mediobanca oggi pensa a far utili senza dover dosare con il bilancino le attenzioni verso i soci di riguardo: l’ad Alberto Nagel può liquidare così la partecipazione in Telecom Italia proprio a ridosso dell’ingresso del suo vicepresidente, Vincent Bolloré, nella stanza dei bottoni dell’ex incumbent delle Tlc. O guardare, senza vincoli di sorta, alle prossime mosse dell’Italmobiliare di casa Pesenti, appena uscita da Italcementi. “Non abbiamo alcun accordo – spiega – vedremo quale volto vorrà disegnare la nuova proprietà: potrebbe essere interessante partecipare alla nuova Italmobiliare”. E chi sperava in una notte dei lunghi coltelli in casa Unicredit è stato deluso: il direttore generale Roberto Nicastro, dopo 18 anni, lascia la banca come conseguenza di “del tutto serene e composte divergenze di opinione” in merito “alla direzione strategica e organizzativa dell’azienda e alla volontà del gruppo di continuare il processo di semplificazione del proprio modello”. Tutto all’insegna del fair play, grazie anche a una liquidazione di 5 milioni e 390 mila euro che ha reso senz’altro più sereno e composto il congedo.

 

La Bce non è più uno “sleeping partner”

 

Ma sono stati smentiti i gossip della vigilia in cui si parlava di dissensi e di critiche sulla gestione da parte della Bce. Niente di tutto ciò: gli strali di Francoforte stavolta non puntano alle banche italiane, dopo anni vissuti pericolosamente, ma puntano verso Parigi, sede del Crédit Agricole (che pure in Italia miete profitti d’oro in Cariparma). Insomma, le banche di casa nostra si stanno adeguando alle indicazioni in arrivo da Mario Draghi che da Francoforte vigila sulle sorti del sistema, ancor oggi a metà del guado. Mancano alcuni tasselli fondamentali, vedi la creazione di uno o più istituti di medie-grandi dimensioni sulle fondamenta delle Popolari o nuclei duri di azionisti in grado di prendere nel tempo il posto delle fondazioni ex bancarie. Ma, al contrario di quanto accadeva nel 2011, oggi, da BlackRock alla Cina, c’è una lunga fila di investitori che, prima degli investitori domestici (e delle non poche Cassandre in giro) hanno capito che l’uscita dal tunnel, forse, è già alle spalle.

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