Kill Deal, fare affari in Iran

L’accordo sul nucleare iraniano ha però aperto una nuova fase, tale da giustificare l’arrivo a Teheran di una missione diplomatica italiana. L'Italia si unisce alla frenesia per spartirsi la torta degli ayatollah. Fatti, nomi e indiscrezioni sulla visita italiana a Teheran
Kill Deal, fare affari in Iran

Un visitatore dell'esibizione del settore petrolifero iraniano a Teheran, lo scorso 6 maggio (foto LaPresse)

Roma. Sono passati i tempi in cui l’ex ministro degli Esteri, Gianni De Michelis, atterrava in Iran accompagnato da folte delegazioni, come ricordano i veterani della comunità italiana nella Repubblica islamica. L’accordo sul nucleare iraniano ha però aperto una nuova fase, tale da giustificare l’arrivo a Teheran di una missione diplomatica italiana che racchiude una parte importante del sistema economico del paese. Le aziende di stato, con l’ad di Finmeccanica Mauro Moretti, quello di Eni, Claudio Descalzi, la galassia Cassa depositi e prestiti, presenti l’ad di Cdp, Fabio Gallia e quello del Fondo strategico italiano, Maurizio Tamagnini. Le banche: Giovanni Sabatini, dg dell’Abi, e Giuseppe Scognamiglio, dirigente di Unicredit, Mediobanca. E altri, tra i quali i vertici di Fincantieri, Anas, Tamini (gruppo Terna), Edison, Ansaldo Energia, Confindustria, Italferr e Iveco. Insomma, gran parte dell’establishment economico al cospetto degli ayatollah. Le questioni aperte sono molte, al ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi il compito di affrontarle. L’ambizione è raddoppiare l’interscambio commerciale e riportarlo vicino ai livelli precedenti le sanzioni internazionali, fino a tornare a essere – almeno nelle intenzioni – il primo partner europeo di Teheran, nonostante l’agguerrita competizione di tedeschi e francesi che hanno già fatto visita agli ayatollah. “Giocheremo la nostra partita rispetto ai nostri amici europei – ha detto Guidi al termine dell’incontro con il ministro dell’Industria iraniano, Reza Nematzadeh – proponendo non solo una struttura industriale e tecnologica ma soprattutto proponendo una mentalità, che consiste nel cercare di stabilire collaborazioni di lunga durata”.

 

La partita principale è quella energetica. Sul versante gas, la possibilità di inserire la capacità iraniana nella rete turca e azera – una sorta di riedizione del sepolto progetto Nabucco – per farla arrivare direttamente in Italia, via Tap, è valutata molto attentamente dai rispettivi governi. Anche sul petrolio esistono convergenze. Da un lato, l’Iran ha interesse a recuperare le quote sul mercato italiano (prima dell’embargo Ue, Roma era il primo compratore), dall’altro per l’Italia è fondamentale procedere alla strategia di diversificazione delle fonti, causa impasse libica e difficoltà russe. Sullo sfondo resta qualche scoglio relativo ad alcune pendenze derivate dal contenzioso legale che la National Iranian Oil Company (Nioc) deve risolvere con Eni (Darquain) ed Edison (Dayyer). Le major petrolifere occidentali spingono, più in generale, per una riforma dei contratti di settore e il passaggio dalle formule buy back a condizioni più incentivanti come i production sharing agreement o concession agreement (che la stessa Eni utilizza in Africa). Di interesse anche lo sviluppo elettrico. Non è un caso la presenza di una controllata di Terna, la Tamini, specializzata nella produzione di trasformatori, e di Fata, società della galassia di Finmeccanica, che ieri ha firmato un contratto con Gadir da 500 milioni di euro per realizzare una centrale per la produzione di energia elettrica a ciclo combinato. L’Iran si sta urbanizzando a ritmi sostenuti; molte zone vivono continui blackout e cali di tensione. Sul fronte creditizio, la riammissione di Teheran al circuito Swift è una rivoluzione. Intesa e Unicredit, finora, si sono tenute fuori dal mercato iraniano, causa sanzioni, ma il previsto incontro dei vertici di Abi e Unicredit con il governatore della Banca centrale iraniana, Seif Valiollah, può servire a rafforzare dialogo e azioni. Finora i rapporti più frequenti con l’Iran li hanno avuti le banche popolari di Vicenza, di Sondrio e dell’Emilia Romagna. Dal punto di vista finanziario, lo scoglio più grosso è Sace, banca pubblica per il credito all’esportazioni, che ha un’esposizione nei confronti dei soggetti finanziari iraniani – in gran parte banche, oltre alla holding del ministero dell’Industria mineraria Imidro – di 853 milioni di euro, di cui 607 già indennizzati. Tuttavia i canali bancari non potranno essere del tutto riattivati fino al giorno del totale soddisfacimento dei termini dell’accordo di Vienna, ovvero, secondo i piani, a metà maggio del 2016. A orbitare attorno al settore delle infrastrutture ci sono invece Cdp, Ance, Anas e gruppo Trevi. Partecipano alla missione con l’obiettivo di non perdere il treno degli investimenti che il presidente Rohani intende mettere in campo su diversi comparti: l’alta velocità da completare, le tratte per il trasporto merci di collegamento tra Asia centrale e Golfo Persico. Ci sono le autostrade, l’ampliamento dei porti e degli aeroporti.

 

[**Video_box_2**]Guidi può giocarsi la carta della presenza, già sostanziosa, dei gruppi italiani sia nel Golfo sia in Turchia. Anche sull’automotive, nonostante Psa e il gruppo Daimler siano parecchio vicini al closing con Iran Khodro, l’Italia intende fare la sua parte pur mancando all’appello della delegazione un rappresentante di Fiat-Chrysler Automobiles (c’è però Iveco, veicoli commerciali). Del resto, come ha scritto in un recente report Ihs automotive, società specializzata in consulenze sul commercio con il medio oriente, l’Iran è l’ultimo grande mercato emergente per l’industria automobilistica internazionale. Infine fa gola l’avionica, l’Iran intende acquistare tra gli 80 e i 90 aerei all’anno nei prossimi cinque anni per rinnovare la flotta. (a.bram. g.moc.)

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