Ma quanta fretta Mr. Obama a volere raffreddare il pianeta

Per il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, grazie alla campagna anti-riscaldamento globale promossa da Washington, i cambiamenti climatici non saranno un problema per la prossima generazione. Ecco perché sbaglia

Ma quanta fretta Mr. Obama a volere raffreddare il pianeta

Il presidente americano Barack Obama (foto LaPresse)

Roma. Agire subito, prima che sia troppo tardi. Sembra essere questa la premessa del piano per tagliare le emissioni di gas serra che il Presidente degli Stati Uniti si accinge a varare. In un video postato nella pagina Facebook della Casa Bianca, Barack Obama afferma che: "I cambiamenti climatici non sono un problema per la prossima generazione. Non più". Ma è davvero così? No.

 

A raccontarci una realtà assai diversa non è qualche isolato "scettico" ma lo stesso Ipcc (l'organismo delle Nazioni Uniti che si occupa dello studio del riscaldamento globale); nell'ultimo rapporto pubblicato nel 2013 vengono riportate le stime relative ai costi netti del cambiamento climatico per diversi valori di incremento di temperatura rispetto a quella del periodo preindustriale. Ebbene, fino ad un aumento di circa 2°C, le conseguenze negative e quelle positive delle emissioni tendono ad annullarsi e l'effetto sul PIL mondiale tendenziale sarebbe inferiore all'1%: i nostri figli e nipoti godrebbero quindi di condizioni di benessere assai superiori a quelle odierne ma marginalmente peggiori rispetto ad uno scenario teorico in assenza di emissioni.

 

Ad oggi il riscaldamento della Terra è inferiore a 1 °C e ci ritroviamo assai probabilmente in una condizione nella quale i vantaggi superano i costi molti dei quali sono "percepiti" ma non reali. Pensiamo ad esempio agli eventi atmosferici estremi la cui frequenza non è mutata e che oggi causano un numero di vittime di gran lunga inferiore rispetto al passato (in termini di rischio la riduzione è di oltre il 90 per cento) e comportano una perdita di ricchezza che rappresenta una frazione decrescente del PIL mondiale o al fatto che la parte di superficie terrestre colpita dalla siccità è rimasta invariata negli ultimi 30 anni.

 

 

Dal punto di vista delle conoscenze scientifiche occorre inoltre sottolineare come negli ultimi anni le stime relative alla "sensitività" del clima (ossia di quanto cresce la temperatura al raddoppiare della concentrazione di gas serra in atmosfera) siano state riviste al ribasso: questo implica un allontanamento dell'orizzonte temporale oltre il quale gli effetti negativi correlati all'uso di combustibili fossili verosimilmente prevarranno su quelli positivi.

 

La frase di Obama dovrebbe quindi essere interpretata in senso opposto a quello sotteso: i cambiamenti climatici non sono un problema per la nostra generazione e neppure per quella futura ma potrebbero esserlo per quelle successive. In un'ottica assicurativa volta ad escludere il manifestarsi di impatti catastrofici nel lungo periodo è probabilmente ragionevole porre in essere fin da ora interventi di riduzione delle emissioni da valutarsi sulla base dei costi e dei benefici mentre non lo è una definizione aprioristica degli obiettivi da perseguire. In Europa l'adozione del pacchetto clima-energia "20-20-20" ha comportato benefici pari a circa 1/30 dei costi e, nel caso dell'Italia, il livello di sussidi alle rinnovabili è pari a circa 36 volte quello delle esternalità evitate. Sarebbe stato preferibile non fare nulla.

 

La modalità di intervento che presenta minori controindicazioni ed è coerente con le attuali incertezze in merito alla futura evoluzione del clima è rappresentata dall'adozione di una carbon tax indicizzata alla reale evoluzione della temperatura ed abbinata alla eliminazione di ogni altra forma di sussidio o di regolamentazione delle emissioni. Ma, benché più efficiente ed efficace, tale soluzione trova molti oppositori sia tra coloro che vedono con favore qualsiasi intervento di riduzione delle emissioni quale che sia il costo economico da sopportare sia da burocrati e portatori di interessi particolari che prediligono azioni più opache e discrezionali.

 

Peraltro, per poter avere effetti significativi in termini di riduzione delle emissioni, tale misura dovrebbe essere implementata su scala planetaria. Se adottata solo dai paesi più ricchi, le ricadute sul clima sarebbero pressoché impercettibili. Per quanto possa essere radicale, non sarà il piano di Obama a salvare la terra. E c'è il rischio di avere effetti collaterali più gravi della malattia che si vorrebbe curare: se alzare il piede dall'acceleratore delle emissioni può essere scelta prudente, una brusca frenata rischia di fare più danni di una guida spericolata.

 

Francesco Ramella è research fellow dell'Istituto Bruno Leoni

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