Oibò! Susanna torna in fabbrica

Contrordine, compagni. Susanna Camusso ammette che la Cgil "si è troppo rinchiusa nelle sedi", urge "tornare nei luoghi di lavoro". Bene, capito questo, lasci le fabbriche alle associazioni territoriali e di categoria: la sigla confederale è oramai un orpello.
Oibò! Susanna torna in fabbrica

LaPresse

Roma. Contrordine, compagni. Susanna Camusso ammette che la Cgil "si è troppo rinchiusa nelle sedi, perdendo il gusto di stare nel territorio, in frontiera, a cercare e organizzare i lavoratori, utilizzando la nostra forza per parlare a tutti quelli che non ci conoscono, non ci vedono, e non ci considerano". Dunque, sintetizza la segretaria generale, "essenziale è tornare nei luoghi di lavoro".

 

Camusso per ora parla attraverso una lettera al Fatto Quotidiano, per rispondere a un editoriale dell'ex direttore Antonio Padellaro che critica lei e il segretario della Fiom, Maurizio Landini, a sua volta fondatore di Iniziativa sociale, nuovo soggetto politico della sinistra. Padellaro non ci va giù lieve, soprattutto con le agitazioni dei dipendenti pubblici: "La gloriosa parola sindacato viene spesso pronunciata con livore e disprezzo, confusa con le mille sigle di un sindacato ricattatorio che spadroneggia nei pubblici servizi imponendo a milioni di cittadini disagio e infelicità".

 

L'attacco del Fatto sembra rivolto soprattutto alle organizzazioni minori che paralizzano uffici, trasporti e musei senza mai pagare dazio, e la colpa delle confederazioni sarebbe di omessa vigilanza, se non di lavarsene le mani. Difatti Camusso ripete che la Cgil non c'entra con Pompei, e quasi neppure con l'Atac di Roma, ma intanto ecco l'autocritica: si torni ai luoghi di lavoro, al "territorio", in "frontiera". Si parli "con quelli che non ci conoscono". Il problema però pare l'opposto: la Cgil è tutt'altro che sconosciuta, le sue adunate di San Giovanni schierano notoriamente e immancabilmente almeno un milione di persone, se digitate su Google le parole "Camusso"  e "manifestazione" ottenete 230 mila risultati. E se digitate "sciopero" e "Cgil" ne saltano fuori 611 mila.

 

Eppure in un anno il sindacatone di Corso Italia ha perso 69 mila iscritti, e la sua capacità di finanziamento e mobilitazione dipende quasi esclusivamente dai pensionati. La Camusso è stata tutt'altro che assente dalla scena, ha anche organizzato due scioperi generali contro l'odiato Renzi con il contorno di tutta la minoranza dem. Per non parlare di Landini, già onnipresente a qualsiasi ora nei talk show, il quale proprio mentre registrava i fiaschi ripetuti in fabbrica (3 per cento di adesioni agli scioperi a Pomigliano e Melfi) pensava bene di lanciare in pompa magna dalla sede Fiom, e con la Camusso, la sua nuova creatura politica. Ora Camusso vuol tornare in fabbrica e addirittura in frontiera? Ma era proprio quello della fabbrica, anzi dell'azienda, il modello sindacale e contrattuale chiesto fin dall'inizio da Sergio Marchionne, altro nemico del popolo, poi adottato da Renzi con l'abolizione della concertazione nazionale, e infine con qualche ritardo fatto finalmente proprio anche dalla Confindustria.

 

[**Video_box_2**]La contrattazione decentrata, la condivisione di obiettivi di produzione (e relativi premi in denaro), la fine insomma del contrattone unico per tutti, se non come cornice di leggi, sono l'approdo dell'ultima riforma dell'organizzazione degli industriali, è stata sostanzialmente accettata dalla Cisl e dalla Uil, mentre risulta non ancora pervenuta dalle parti della Cgil. E anche nei casi clamorosi di lavativismo o peggio dei pubblici dipendenti – Atac inclusa – la Cgil ha razzolato male senza avere neppure predicato bene.

 

Ora comunque Susanna Camusso, come anche i suoi colleghi di Cisl e Uil, può dimostrare la serietà dei suoi intenti. Si avvicina l'approvazione definitiva della riforma della pubblica amministrazione, e anche se manca un Jobs Act per gli statali si scorgono elementi di efficienza e responsabilità anche individuali. La leader della Cgil sceglierà nuovamente la piazza e la propaganda? In questo caso il suo "ritorno alle fabbriche" assomiglierà all'occupazione di Mirafiori nel 1980 (voluto allora più da Enrico Berlinguer che dalla Cgil di Luciano Lama). Un precedente piuttosto sinistro.

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