I bitcoin escono dal sottobosco e guadagnano popolarità grazie alle banche

La fine di Bitcoin è stata annunciata qualche decina di volte, sempre prematuramente. Nonostante i vari crolli, fallimenti e la criminalizzazione, stanno puntando delle fiches sulla tecnologia Bitcoin banche, fondi d'investimento e start up. 
I bitcoin escono dal sottobosco e guadagnano popolarità grazie alle banche

Milano. La fine di Bitcoin è stata annunciata qualche decina di volte, sempre prematuramente. A differenza delle tradizionali monete, quella inventata dall’ignoto Satoshi Nakamoto è decentralizzata, non ha cioè alcuna banca o autorità centrale che la emetta e nessun governo alle spalle, ma viene scambiata e gestita peer-to-peer (cioè tra utente e utente, un po’ come si fa per scaricare le canzoni con BitTorrent).

 

La complessità e la diffidenza iniziale, dovute anche dalla forte volatilità del suo valore (il prezzo dei bitcoin va su e giù come sulle montagne russe) e a clamorosi fallimenti come quello dell’exchange Mt.Gox, hanno tenuto alla larga risparmiatori, investitori, relegando l’uso dei bitcoin in alcune nicchie di persone generalmente interessate alle nuove tecnologie, alla garanzia dell’anonimato o alle ricadute politiche (nerd, evasori fiscali, narcotrafficanti, libertari, hacker). Ma nonostante i vari crolli, fallimenti e la criminalizzazione (ora più blanda) da parte delle autorità governative di tutto il mondo, Bitcoin pare sia qui per restare.

 

Negli ultimi tempi sono numerosi i tentativi di fare uscire Bitcoin dal sottobosco libertario per lasciarlo entrare nel mondo della finanza tradizionale. Daniel Masters, un trader che per decenni ha comprato e venduto petrolio per le più grandi compagnie del mondo, dal paradiso fiscale della Corona britannica di Jersey ha fondato con la sua Global Advisors un hedge fund che opera in bitcoin, ovvero compra e vende cercando di guadagnare sulle forti oscillazioni di prezzo della cryptomoneta. La volatilità dei bitcoin mette in fuga i risparmiatori normali, ma fa sciamare gli speculatori e gli investitori professionali per cui la volatilità e il rischio a essa connesso sono occasioni per fare soldi. Per Masters Bitcoin è una commodity più che una moneta e il suo mercato è come quello petrolifero di una ventina di anni fa, caratterizzato da una forte volatilità e dalla scarsità di investitori. E l’hedge fund serve proprio a fare affluire investitori che si fidano della sua esperienza, in un mercato che secondo il suo fiuto, com’è accaduto per il petrolio, tenderà a stabilizzarsi dopo avere aumentato notevolmente di valore.

 

Ciò accadrà perché nei prossimi anni cresceranno i pagamenti veloci e Bitcoin si integra perfettamente con le piattaforme digitali esistenti e offre opportunità e soluzioni migliori rispetto ad altri sistemi di pagamento. In pratica non sarà più (solo) la moneta dei pirati, dei dissidenti e dei criminali in lotta con governi e Banche centrali, ma una tecnologia che tenderà a integrarsi con l’economia e con la finanza tradizionale.

 

I segnali che vanno in questa direzione sono tanti. Da poco è stato lanciato Bitcoin Investment Trust, che permette di acquistare titoli in bitcoin sul mercato over-the-counter, quello non regolamentato ed esterno rispetto ai circuiti finanziari ufficiali. Il passo successivo, atteso da diverso tempo, è l’autorizzazione di un fondo regolamentato che permetta di aprire il mercato Bitcoin a una platea molto più ampia di investitori.

 

[**Video_box_2**]E’ ad esempio l’idea di Cameron e Tyler Winklevoss – i gemelli che hanno fatto causa a Mark Zuckerberg per avergli rubato l’idea di Facebook –, che hanno lanciato un Exchange traded fund (Etf), una specie di Nasdaq dei Bitcoin, chiamato Coin che però non ha ancora ottenuto l’autorizzazione della Sec, la Consob americana. Qualcosa si muove anche in Italia dove è nato Cryptoclub, una start-up milanese   che in assenza di fondi d’investimento autorizzati permette di investire nella criptomoneta acquistando quote della sua Spa che ha capitale sociale in bitcoin.

 

Ma gli investimenti nella commodity bitcoin sono soltanto la parte più visibile dell’interesse degli operatori tradizionali verso la cryptomoneta, perché anche chi non investe direttamente sta comunque puntando le sue fiches sulla tecnologia Bitcoin: da Bnp Paribas a Ubs, da Goldman Sachs a Jp Morgan e in Italia Azimut e Intesa Sanpaolo, tutti stanno finanziando centri di ricerca e progetti sulla moneta che finora è sopravvissuta a ogni morte annunciata.
 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi