Tirreno Power: un’inchiesta ambientalista e la sua deriva anti industriale

La centrale termoelettrica di Vado Ligure della Tirreno Power, settimo operatore nazionale della generazione elettrica, è ferma da 504 giorni, dall’11 marzo 2014. Giustizia e fango. Appunti per Rep. Procura d’assalto, pareri scientifici inascoltati e media mozzorecchi.
Tirreno Power: un’inchiesta ambientalista e la sua deriva anti industriale

Foto LaPresse

Roma. La centrale termoelettrica di Vado Ligure della Tirreno Power, settimo operatore nazionale della generazione elettrica, è ferma da 504 giorni, dall’11 marzo 2014. Da quando la procura di Savona ha ordinato il sequestro delle due unità a carbone, bloccandola di fatto, con l’accusa di disastro ambientale e omicidio colposo, asserendo che le emissioni della Tirreno fossero causa di morte e malattie per centinaia di persone nella provincia di Savona, basandosi sulle indagini epidemiologiche prodotte dai periti dell’accusa stessa. Le accuse sono rivolte anche ad alcuni dirigenti di Tirreno Power, società di proprietà della transalpina Gaz de France e di Energia Italiana, un consorzio di utility composto da Hera, Iren e Sorgenia; quest’ultima rilevata da un pool di banche creditrici dopo il disimpegno della famiglia De Benedetti quando la società era a rischio fallimento. Nel provvedimento di sequestro cautelare, all’origine del fermo, viene confermato che Tirreno non ha mai superato i limiti legali di emissioni (“inconfigurabilità del reato di getto pericoloso di cose”).

 

Il teorema accusatorio si basa dunque principalamente sul tentativo di stabilire un nesso causale tra emissioni, malattie cardiovascolari e respiratorie e decessi sulla base di semplici inferenze statistiche: oltre 2.000 ricoveri e 400 morti sarebbero tutti riconducibili alla centrale visto che nell'area sulla quale insiste non cresce più vegetazione di muschi e licheni (“desertificazione lichenica”). E’ un teorema più che discutibile che appare disegnato sull'acqua e che è stato smentito da analisi autorevoli e da molti fatti. Un rapporto congiunto dell’Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente ligure (Arpal) e Istituto nazionale per la ricerca sul cancro del 2008 afferma, per esempio, che l’incremento delle patologie respiratorie è correlato “più agli stili di vita che ai fattori ambientali” e che la crescita della mortalità deriva dal “flusso sempre più rilevante” di anziani sui lidi rivieraschi. La metodologia delle perizie è stata poi criticata, in quanto priva di carattere scientifico, da una puntuale valutazione dell’Istituto nazionale per la ricerca sul cancro del luglio 2014. Esiste anche un documento dell’Istituto superiore della Sanità (Iss) che smonta l’approccio all’indagine: campioni scelti in modo casuale, ricoveri ospedalieri contati più volte e mescolati senza criterio, non vengono prese in considerazione tutte le altre possibili fonti inquinanti nell’area. Questo documento, che prova la fallacia delle indagini epidemiologiche, secondo l’Iss sarebbe stato incluso tra gli atti dell’inchiesta. Tuttavia, a fascicolo ormai chiuso e disponibile alla difesa, esso sembra al momento disperso. Le prove empiriche: da quando gli impianti Tirreno sono fermi l’inquinamento è aumentato in alcuni periodi; uno studio sulle fonti d’inquinamento a Vado Ligure dell’Arpal, risalente al maggio scorso, dice, argomentando nel dettaglio, che tutte le attività industriali presenti a Vado hanno lo stesso impatto d’inquinamento atmosferico dei due porti marittimi di Vado e Savona.

 

La procura ha cercato comunque di sostenere l’ipotesi accusatoria fino all’estremo, intervenendo anche durante il processo di costruzione della nuova Autorizzazione integrata ambientale (Aia) che avrebbe potuto determinare il dissequestro degli impianti. A partire dall’ottobre scorso, il procuratore capo Francantonio Granero, titolare dell’indagine, ha convocato una schiera di dirigenti della regione ligure, funzionari comunali, tecnici ambientali e altri coinvolti nell’Aia per interrogarli come persone informate sui fatti. Ciò accadeva alla vigilia di appuntamenti decisivi per l’Aia e con una certa eco sulla stampa: chi era convocato d’urgenza a Palazzo di Giustizia come persona informata, in sostanza, ne usciva come potenziale complice di disastro perché, per professione e incarico, stava partecipando alla costruzione di un atto amministrativo che, secondo la tesi della procura, provocava morti e feriti. Il che la dice lunga sulla propensione degli stessi tecnici a concludere con successo il negoziato con Tirreno Power. A farne le spese sono in primis le 600 famiglie dei dipendenti dell’azienda, e dei lavoratori dell’indotto, che soffrono la mutilazione di un settore economico legato alla centrale; la provincia di Savona ha il più basso potere d’acquisto d’Italia. La schiera di indagati, in tutto 86, si è allargata anche chi, secondo l’accusa, portava avanti il “medesimo disegno criminoso”, tra cui rispettati funzionari regionali e ministeriali, ovvero tentava di trovare un accordo per giungere a una ripresa delle attività in tempi non biblici ma congrui, tali da potere modificare sostanzialmente gli impianti introducendo le migliori tecnologie disponibili; come l’azienda ha affermato di essere pronta a fare.

 

[**Video_box_2**]Anche chi non è indagato, come Claudio De Vincenti, allora viceministro dello Sviluppo economico e ora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, aveva lo stesso obiettivo – risolve crisi aziendali di mestiere – e per questo è stato infangato sulla stampa. Nelle 111 pagine di annotazioni del Nucleo operativo ecologico dei carabinieri (Noe), la summa di quanto trovato nell’inchiesta, non c’è nulla di penalmente rilevante a suo carico. Alcuni quotidiani hanno attinto alle intercettazioni a strascico per confezionare articoli infamanti verso di lui e altre personalità coinvolte nella vicenda, come l’ad di Sorgenia Andrea Mangoni. In queste settimane gli investigatori hanno prodotto report che si ritrovano in contemporanea e in termini identici su diversi organi di stampa, come se fossero distribuiti dalla medesima centrale, nei quali si avanzano sospetti ma alla voce “conclusioni” i sospetti non trovano riscontri. La notizia sarebbe dunque che nella fase istruttoria i carabinieri non hanno trovato nulla di rilevante, ma sulla stampa abbondano le ricostruzioni scandalistiche. Complice la disinformatia, si è perso di vista il merito dell’indagine, cioè l’inquinamento e l’ambiente. Ma se la centrale, come detto, non inquina oltre i limiti di legge e non è la fonte principale di emissioni, di cosa si parlerà al processo?

 

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