Contro i finti paladini della legalità

L’etichetta “legalità” in Italia viene usata spesso per coprire quello che in realtà con il rispetto delle regole ha poco a che fare: intercettazioni che dalle procure “si materializzano” nelle redazioni dei giornali, processi nei talk-show in parallelo o addirittura in anticipo a quelli nelle aule dei tribunali.
Contro i finti paladini della legalità

"La domanda vera non è se esista la legalità nel nostro paese, ma se esista una legalità del fare bene le cose"

L’etichetta “legalità” in Italia viene usata spesso per coprire quello che in realtà con il rispetto delle regole ha poco a che fare: intercettazioni che dalle procure “si materializzano” nelle redazioni dei giornali, processi nei talk-show in parallelo o addirittura in anticipo a quelli nelle aule dei tribunali, avvisi di garanzia che da istituti a tutela dell’indagato diventano detonatori di gogne mediatiche. La stessa etichetta, piena di superficialità, viene usata da chi non ha voglia o capacità di comprendere quanto avviene nel mondo reale.

 

A cosa serve questa concezione di legalità? A nulla. Non serve ai tanti magistrati che lavorano con molta serietà e poche interviste. Non serve a punire chi è effettivamente colpevole, perché il rito espiatorio di qualche giorno di custodia cautelare, cui segue la solita prescrizione, non fungerà mai da vero deterrente. Soprattutto non serve all’Italia, perché la via giudiziaria alle Mani pulite avrà  cambiato il nome di qualche partito e di qualche consiglio di amministrazione, ma non ci ha restituito un paese normale. Anzi, è servita solo a far diventare ancora di più il nostro, il paese della “inazione”, delle opere finanziate e mai cantierate, di una Pubblica amministrazione dove le carte passano da un piano all’altro senza che nessuno si prenda la responsabilità di decidere, e dove gli investimenti sono paralizzati da vicende allucinanti come quella di Monfalcone, non a caso, emblematicamente, un “blocco”. Un’ordinanza della procura ferma un’azienda, Fincantieri, con ordini per quasi 2 miliardi di euro, togliendo lavoro a 4.500 persone, colpendo un indotto industriale e industrioso. Non per evitare disastri ambientali, non per scongiurare pericoli alla salute pubblica o alla sicurezza degli operai e nemmeno per impedire truffe (motivazioni sacrosante), ma per una interpretazione cavillosa della normativa, che non tiene conto di aspetti semplici e banali come il ciclo di trattazione dei rifiuti che non può avvenire a bordo delle navi.

 

Quello di Monfalcone e delle tante piccole e medie imprese alle prese con i tribunali, è un paese dove tutti potranno credersi assolti (o meglio neanche “rinviati a giudizio” per rimanere in tema), ma dove sono invece pur sempre tutti coinvolti (o “imputati”) per aver fatto diventare l’Italia più lenta, più fiacca, più debole. Perché, come diceva don Milani: “A cosa serve avere le mani pulite se poi le si tengono in tasca?”.I giudici che hanno bloccato Monfalcone, hanno valutato l’impatto delle loro decisioni? E gli imprenditori onesti – che sono la maggioranza, ma non la totalità, come in ogni categoria umana – che provano a mandare avanti le proprie aziende in mezzo a una giungla di leggi e di adempimenti tali che è più conveniente assumere legali e commercialisti che bravi dipendenti, sono eroi o persone che vorrebbero semplicemente fare il proprio mestiere?

 

Perché la domanda vera non è se esista la legalità nel nostro paese, ma se esista una legalità del fare bene le cose. Come ha sottolineato il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, se le decisioni di un giudice possono produrre conseguenze sistemiche (come nel caso di Monfalcone paralizzare l’apparato produttivo di una intera regione), il giudice non può limitarsi semplicemente a comunicare “norma e fatto” in un sillogismo aristotelico, ma deve saper tenere conto degli effetti economici del proprio rendere giustizia. Una necessità che assume ancora maggiore valore dopo la sentenza della Corte costituzionale che nel 2013 si è pronunciata sull’Ilva, stabilendo che non esiste una sovraordinazione dei diritti, ma una loro necessaria contemperazione. Insomma, anche se qualche giudice sembra non volerlo capire, nella Costituzione italiana le imprese non sono ospiti da invitare al tavolo e poi sbattere fuori dalla porta a piacimento, sono protagonisti attivi che creano benessere e lavoro.

 

Saper valutare le ricadute sui livelli occupazionali, sugli andamenti produttivi e sulla manutenzione degli impianti quando si sequestra uno stabilimento; saper valutare la sostenibilità della cancellazione dei crediti ai fornitori quando si omologa un concordato preventivo; saper valutare se la confisca di una azienda infiltrata dalla mafia sia una occasione di ripartenza industriale pulita per un territorio o la fine di ogni prospettiva di lavoro normale per gli addetti non collusi: questo è quello che dovrebbero saper fare i giudici di un paese industriale e moderno. Questo è quello che noi imprenditori ci aspettiamo quando vengono prese decisioni sulla pelle delle nostre aziende. Per farlo, servono giudici specializzati: nozioni di diritto, ma anche aziendali. L’idea proposta dal ministro Orlando di sostituire l’accoppiata giudice-consulente con una figura terza, laica che metta insieme proprio la sensibilità giuridica con quella imprenditoriale, potrebbe essere uno spunto interessante, così come la volontà di accrescere sempre più le sezioni specializzate per le imprese. Se vogliamo una legalità effettiva, non da talk-show, l’economia deve entrare nella cultura giuridica. E in quella politica. Perché esiste una stretta interconnessione tra le esigenze dell’economia, le regole che la governano e le modalità di azione della giustizia. Le vicende di Mafia Capitale, ma anche di Mose, Tav, Expo e tutti i casi di corruzione, sottrazione di risorse pubbliche e appalti truccati, non si fermano con il pugno duro dello sceriffo, perché se anche il colpevole di turno viene fermato e va in galera, resta un sottobosco fertile di collusi e intrallazzi. L’unico modo per sradicarlo è rimuovere gli incentivi a perpetrare i comportamenti criminosi, altrimenti ci sarà sempre qualcuno pronto a raccogliere il testimone.

 

[**Video_box_2**]Gare al ribasso senza soglia, affidamenti diretti, procedure di emergenza, subappaltatori sconosciuti, varianti in corso d’opera, 32 mila stazioni appaltanti, la morte dei costi standard, le procedure di nomina politica nelle Asl: ecco alcuni “incentivi” da rimuovere. Vanno costruiti anticorpi economici e sociali. E va sostenuto chi ci prova. L’accordo triennale sugli appalti firmato pochi giorni fa a Bologna che sostituisce le gare al massimo ribasso con la valorizzazione delle imprese sane che danno lavoro al territorio. Il 60 per cento in più di aziende che hanno richiesto il rating di legalità nell’ultimo anno. Perché se la legalità è un valore economico, la legalità ha anche un valore economico. Ce lo dimostrano i tanti imprenditori onesti, che vivono la legalità come una dimensione su cui fondare il proprio lavoro, vittime della concorrenza sleale di coloro per cui è solo un costo di cui sbarazzarsi. La legalità, soprattutto, è un valore civile, sostenuto dalle tante persone perbene che nel rispetto di regole certe vivono e costruiscono, in questo paese, la propria dimensione civile e sociale.

 

Marco Gay è presidente Giovani imprenditori Confindustria

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi