La vera tassa la paga la sinistra

Quel riflesso pavloviano di Visco, Cofferati & co. contro il Pd che non vuole più essere il partito dei balzelli
La vera tassa la paga la sinistra

Massimo D'Alema e Vincenzo Visco (foto LaPresse)

Roma. “Ridurremo le tasse. Il secondo scaglione Irpef scenderà dal 27 al 26 per cento. I dipendenti potranno avere il Tfr in busta paga. E valuteremo l’idea di detassare le tredicesime per stimolare i consumi”. Indovinello: chi ha fatto queste promesse, Matteo Renzi o Silvio Berlusconi? Sbagliato in entrambi i casi: è stato Massimo D’Alema, nel settembre 1999, quando era premier, con un articolo sull’Espresso e un’intervista al Tg2. Molti dettagli coincidono. Ma Renzi, nell’annunciare il proprio piano di maxi-riduzione fiscale (nel 2016 eliminazione delle tasse sulla prima casa, nel 2017 tagli a Ires e Irap, nel 2018 all’Irpef e bonus per le pensioni), ha avuto l’accortezza di rivolgersi in prima battuta al suo partito, all’assemblea nazionale del Pd. Già, perché 16 anni fa furono proprio la sinistra e la sua forza principale, i Ds, a scavare la fossa alle buone intenzioni del loro primo capo di governo. In particolare Sergio Cofferati, allora segretario generale della Cgil; e in modo più sottotraccia ma assai pratico Vincenzo Visco, che di D’Alema, così come di Romano Prodi, era ministro delle Finanze, poi promosso al Tesoro e al Bilancio da Giuliano Amato. Visco nel 1997 aveva ideato l’Irap, l’Imposta regionale sulle attività produttive per finanziare la Sanità, e chiuse il cerchio propiziando la riforma del 2001 che estese i poteri di spesa delle regioni senza responsabilità di bilancio, tra l’altro abolendo proprio i ticket sanitari. Il più puro tassa e spendi, insomma. Risultato: alla fine dei cinque anni ulivisti la pressione fiscale passò dal 41,4 al 42,2 per cento. Ma qualcos’altro in questo amarcord ci riporta al presente: Cofferati e Visco, oggi come allora, hanno infatti già iniziato a scavare la fossa al piano renziano. L’ex ministro dice a Repubblica che “Obama non avrebbe abolito la tassa sulla prima casa”, mentre “Renzi sta completamente dimenticando la lotta all’evasione”.

 

Quanto a Cofferati, non più del Pd ma parlamentare europeo vicino alla sinistra tra Sel e altri transfughi alla Civati (per il quale, of course, “Renzi è come Berlusconi”), si è distinto facendosi approvare a Strasburgo una risoluzione dirigista che introduce obblighi più stringenti per le imprese su tasse, compensi agli amministratori e “competitività di  lungo termine”. Figurarsi ora cosa provano a sentire il consigliere renziano Gutgeld che tra le coperture possibili infila “la crescita che potrà essere più alta del previsto grazie anche alla riduzione delle tasse”, insomma curva di Laffer o voodoo economics come è stata chiamata spregiativamente. L’economista Nicola Rossi, che fu consigliere di D’Alema a Palazzo Chigi, ricorda così quel primo tentativo di riduzione fiscale ammazzato nella culla dalla sinistra: “Lo statalismo prevaleva su tutto. Un riflesso che dura ancora oggi nell’idea di un fisco repressivo, come è stata in questi vent’anni la macchina tributaria italiana, il che ha prodotto tra l’altro risultati modesti anche nella guerra all’evasione. Inoltre pochi accettano le privatizzazioni e i tagli di spesa pubblica come mezzo per restituire soldi ai contribuenti. Né l’apparato locale si pone il problema di mettere le tasse in relazione ai servizi erogati”.

 

[**Video_box_2**]Ecco dunque nel fronte antirenziano sbucare anche Pier Luigi Bersani, capo della minoranza Pd: Bersani era ministro dell’Industria con l’Ulivo e poi con l’Unione prodiana del 2006-2008. In entrambe le esperienze, allora come oggi, in tandem con Visco, assieme al quale anima il pensatoio economico Nens. “E’ giusto ridurre le tasse, ma non come la destra”, dice Bersani. Infatti proprio Nens propone un’Irpef a otto scaglioni, rispetto ai cinque, con la più alta al 48 per cento rispetto al 43. “Visto che Salvini propone la flat tax, sarebbe un atto di coraggio chiedere agli italiani se vogliono otto aliquote sui redditi o una sola”, nota Rossi. A proposito: è del 2007 la famosa frase dell’allora ministro dell’Economia Padoa-Schioppa “dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima”. Era in realtà l’opinione di Visco e del Pd (che presero le distanze attribuendo allo scomparso Padoa-Schioppa la caduta di Prodi), e anche di Eugenio Scalfari, il fondatore di Repubblica. E oggi come reagisce Rep.? Affidandosi a un’analisi dell’editorialista politico Stefano Folli: “Il grande piano fiscale di Renzi è solo un modo per far dimenticare Crocetta e Marino”. Come dire: immaginare invece che si debbano tagliare le tasse è, pavlovianamente, troppo.

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